Siamo agli inizi del 1969 quando il Presidente della Provincia di Reggio Calabria, a fronte delle polemiche parlamentari sull’istituzione delle Regioni, convoca un’assemblea in cui si vota all’unanimità un ordine del giorno in cui viene ribadito “l’incontestabile diritto di Reggio a capoluogo della regione calabrese, per ragioni storiche, geografiche ed economiche e per la gran mole di servizi di cui la città dispone”. Contemporaneamente però iniziano a trapelare le prime indiscrezioni secondo cui si sarebbe deciso di ubicare a Cosenza l’Università, di riconoscere Catanzaro come capoluogo di regione e di tener buona Reggio con un contentino industriale. Le voci si rincorrono per mesi, fino alle elezioni regionali ed amministrative. Per il 13 Luglio è prevista la prima convocazione dei consiglieri regionali eletti. A Catanzaro. Ma è il 5 Luglio quando davanti ad una Piazza Duomo gremita, l’allora sindaco Battaglia invita la popolazione a difendere il diritto di Reggio alla guida della Regione, per i successivi 9 giorni si tenterà un approccio diplomatico alla questione. Ma il 14 Luglio, compleanno della città per chi non lo sapesse, sin dalle prime ore del mattino la folla si riunisce a Piazza Italia per ascoltare un ‘aggiornamento’ del sindaco, mentre già in alcuni rioni iniziano ad alzarsi le prime barricate… un corteo spontaneo parte da Santa Caterina verso la Stazione centrale per occupare i binari. Quello che ai primi sguardi appariva come uno sciopero, una semplice protesta, si trasformerà in rivolta serrata per i successivi sette mesi…
Che la Rivolta del 70 sia passata alla storia, o almeno alle sue pagine dimenticate, come un evento unico nella storia repubblicana, o come una rivolta identitaria o una guerra vera e propria poco ci importa, ci si è spesso interrogati su quali siano i reali motivi per cui la stampa nazionale ha nicchiato sulla cronaca, o su quale partito tirasse davvero le fila, su quali siano state le conseguenze. Sicuramente gli interrogativi ancora aperti a distanza di quattro decadi sono ancora numerosi, ma la domanda che forse quasi nessuno si è posto è: cosa ha spinto davvero i reggini a ritrovarsi per una volta uniti per la causa comune? L’orgoglio, la rabbia? E se sono stati l’orgoglio e la rabbia, che fine hanno fatto? Perché non riusciamo più ad unirci nell’indignazione e rivoltarci? Alla fine, grazie al Pacchetto Colombo (1 febbraio 1971), poco è cambiato, se non nulla: Catanzaro è capoluogo, Cosenza ha avuto la sua Università e Reggio ha avuto il quinto polo siderurgico costruito (vorrei esser buona…) mentre era già in crisi il quarto, che poi non sia mai entrato in funzione o che dei quindicimila posti di lavoro promessi non si sia vista neanche l’ombra di un contratto, è solo un ricordo ormai lontano, uno scherzo forse della Fata Morgana. Quarantuno anni. Una generazione se non due. Una città, quella di oggi, che può vantarsi di avere come prodotto modello solo il bergamotto e i cervelli in fuga, nonostante la propaganda politica che si faccia. Come al solito tocca ripetere che la storia a Reggio riesce ad insegnare niente. Ma dii retorica se n’è fatta anche troppa e forse è il momento di fare spazio a nuovi interrogativi e rispolverare la memoria per ricordare chi ha perso la vita in nome di un ideale, di uno sguardo lungimirante o semplicemente perché si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato: Bruno Labate, Angelo Campanella, Vincenzo Curigliano, Antonio Bellotti, Carmelo Jaconis, Gianni Aricò, Angelo Casile, Franco Scordo, Luigi Lo Celso, Annalisa Borth, Rita Camicia, Rosa Fazzari, Andrea Gangemi, Nicoletta Mazzocchio, Adriana Vassallo.
Letizia Cuzzola
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