Storie di ordinaria malavita. Una triste constatazione che tuttavia è necessaria per mettere in evidenza come, gli stessi episodi o le stesse storie, generino differenti interpretazioni e percezioni tra chi in questa terra vive e vuole continuare a viverci.
Per taluni, ahimè una non trascurabile maggioranza silenziosa, l’indispensabile per vivere in questa terra è tacere, assecondare, soprassedere, accettare, avallare, disinteressarsi. Che poi possiamo tradurlo nella formula efficace del “farsi i fatti propri”. Sono ancora pochi, invece, quelli che hanno un’altra concezione della vita. Per questi ultimi vivere significa vedere, sentire, parlare, ribellarsi, resistere, denunciare. Continuare a vivere dunque, non può che essere un cammino in questa direzione.
Forse le storie di ndrangheta in Calabria, soprattutto se nella piana di Gioia Tauro, non fanno impressione più a nessuno. Sono fatti scontati. “Ma sì, lo sappiamo tutti che funziona così”. Per ogni persona che abbassa la testa e pronuncia questa frase, le mafie conseguono una nuova trionfale vittoria.
“Tanto se la deve vedere lo Stato”. Magari con l’esercito nelle città, magari con gli arresti eclatanti, e tutti facciamo finta di sentirci più sicuri, mentre votiamo ancora lo stesso politico di prima e perfezioniamo il nostro disinteresse.
Ma nella Piana di Gioia Tauro, per la precisione a Seminara, lo Stato non ci ha messo i militari dell’esercito, perché non si vedono. Quelli fanno molto più effetto a Piazza Castello a Reggio Calabria. Le campagne dell’entroterra invece sono lontane dall’occhio delle persone, e forse anche da quello di Dio.
A Seminara c’è un’azienda agricola chiamata “Le Tre querce” che da anni subisce pressioni e intimidazioni. Probabilmente non è la sola da queste parti ad avere questo tipo di trattamento, ed è proprio questa considerazione che fa scattare la molla dell’accettazione, scelta sudicia di una quasi intera popolazione.
Il titolare dell’azienda, il Prof. Giuseppe Spinelli, non ha mai pensato per un solo minuto di scendere a patti con chi vorrebbe imporgli cosa non fare, come lavorare e chi assumere. E con il passare del tempo, più ha condotto la sua attività secondo criteri di legalità e trasparenza, più sono aumentate le attenzioni e le pressioni di chi, evidentemente, vede in questi atteggiamenti un ostacolo. Dopo aver lavorato per anni al nord, ha scelto di tornare nella propria terra per apportare un contributo positivo. Ma la sua impresa non è stata facile, sin dall’inizio, e la situazione è peggiorata nel tempo.
Già qualche tempo fa la stampa locale si era fugacemente interessata del caso, e su alcuni giornali erano state riportate delle notizie relative ad alcune intimidazioni.
25 novembre 2010. Seminara (Rc): intimidazione presso l’azienda agricola “Le tre querce”.
Anche recentemente, nel mese di Luglio, si sono verificati degli episodi intimidatori. Il tutto a meno di un mese dalla data in cui era previsto l’inizio delle attività dell’agriturismo e della fattoria didattica.
11 luglio 2011. Quanto costa gestire i beni confiscati alla mafia.
11 luglio 2011. Seminara. Ancora una volta presa di mira la cooperativa sociale “Giovani in vita”.
12 luglio 2011. Seminara: attacco alla cooperativa “Giovani in vita”
Così racconta i fatti di luglio lo stesso Spinelli: «La sera del 09 luglio 2011, durante una mia momentanea assenza, i soliti noti ignoti hanno sottratto all’azienda tutte le attrezzature che sarebbero servite al funzionamento dell’Agriturismo “Maria Sofia di Borbone” espressione dell’Azienda Le Tre Querce. Le porte di ferro sono state scassinate o scardinate e ogni cosa asportata. I danni ammontano ad un valore di circa 50.000 euro. La sottrazione della cucina industriale, frigoriferi, tavoli, sedie, materassi e computer portatili persino, mette definitivamente l’azienda di fronte ad altre scelte visto che paga ancora gli oneri bancari dovuti per i mutui contratti insieme ad ogni altra tassa e imposta dello Stato a cui si aggiungono i contributi alle associazioni di categoria e sociali che, come è risaputo non tengono da conto simili eventi che riducono la possibilità contributiva. Senza contare che praticamente da quattro anni non riesco a raccogliere le olive, vuoi per assenza di lavoranti, vuoi per distruzione diretta.»
In realtà, occorre precisarlo, ad essere presa di mira è proprio l’azienda Le tre Querce, in quanto proprietà di Spinelli, mentre la cooperativa di cui si parla negli articoli apparsi sui quotidiani svolge un lavoro di aiuto e consulenza. Il responsabile della cooperativa, Domenico Luppino, così diceva nel mese di luglio, dopo l’ennesima intimidazione: «Non vogliamo aiuti, non vogliamo solidarietà, non vogliamo denaro, vogliamo solo poter lavorare». E in effetti una simile realtà avrebbe potuto creare anche nuovi posti di lavoro. Ma evidentemente qualcuno non vuole, e pratica un tipo di ostruzionismo che funziona benissimo quando attorno c’è il silenzio. Ad oggi non si è registrato un solo attestato di solidarietà, ma solo qualche trafiletto nei giornali locali per dare una breve notizia di cronaca.
Ma nei giorni scorsi nuovi e spiacevoli atti intimidatori si sono succeduti.
Questa volta è stato direttamente il titolare dell’azienda a scrivere a noi (e a molti altri organi di informazione) un’accorata lettera di denuncia e richiesta di aiuto. Aiuto che in questi casi significa attenzione sul caso, visibilità e sensibilizzazione in un contesto in cui, come egli stesso dice, la gente lo invita a scendere a compromessi e di non “remare contro”.
«Denuncio che nuove intimidazioni si aggiungono alle recenti e passate azioni per impedire all’azienda agricola che dirigo di ben operare (cfr situazione al luglio 2011). Nel particolare il 22 agosto hanno incendiato un appezzamento vicino al confine nord della proprietà con vento a favore. Il fuoco si è così propagato ai terreni lavorati dell’azienda. Alle ore 11 in partenza per Palmi non registro alcun evento, alle ore 12,30 di ritorno, il fuoco ha coperto una striscia di terreno di trenta metri. Ho allertato i Pompieri, come faccio sempre per segnalare fuochi nelle vicinanze, e la squadra 1 dell’AFOR di postazione a S. Elia è intervenuta allo spegnimento. In ritardo, ma in tempo per scongiurare il peggio, in quanto a Seminara nessuno ha saputo o voluto dare indicazioni per raggiungere l’azienda sita in località Persicara nella frazione di S.Anna. Il giorno dopo, 23 agosto, alle ore 15,30 il fuoco ha ripreso in un’area marginale già spenta dai volontari dell’AFOR che era intervenuta con autobotte. Nessun altro è intervenuto. Sono stati coinvolti circa 13 ettari di oliveto e i danni maggiori si hanno nell’oliveto storico dove una ventina di piante centenarie sono state distrutte e fortemente danneggiate. Ogni anno è la mia azienda ad andare a fuoco con un’operazione chirurgica che salvaguarda le proprietà vicine. E’ l’ultima intimidazione in ordine di tempo che si aggiungono ad altri abbruciamenti in altre aree dell’azienda da sei anni a questa parte, al pascolo abusivo con danneggiamenti alle coltivazioni e alle recinzioni esistenti, alle ricorrenti ruberie di materiali e attrezzature, alle minacce ai collaboratori occasionali di non venire a lavorare in azienda. Alle minacce di morte al sottoscritto vergate sui muri della casa padronale. Naturalmente nessuno sa nulla, nessuno è disponibile per una testimonianza risolutiva e chi sa prudentemente tace per evitare ritorsioni di chi questi atti criminosi commette. Come diceva Martin Luther King: “non mi stupisce la malvagità dei cattivi, sono colpito dal silenzio dei buoni”. Mi chiedo in quale Stato viviamo e se è possibile che una comunità possa essere vessata in tale maniera senza reagire come fanno altri. Si rafforza l’opinione che non si voglia risolvere il problema e che la politica sia collusa disinteressandosi di tutelare i cittadini che dovrebbe amministrare.»
L’azienda “Le Tre Querce” è un’azienda con coltivazioni arboree in biologico che ha una sua vocazione turistica e didattica. E’ sita nel Comune di Seminara e insiste, al limite orientale, sui confini con S. Procopio e Oppido Mamertina. «Da quando ho ereditato nel 1996 l’azienda» dice Spinelli, «ho problemi socio-ambientali» (un eufemismo che qui si usa per dire ‘Ndrangheta). E’ dal 2006, anno in cui non viene rinnovata l’assunzione di un salariato stagionale, che si verificano fatti tendenti a limitare le potenzialità e lo sviluppo aziendale. «Il motivo è» a detta del proprietario «che quel salariato agiva come se fosse il proprietario per mettere mano alla proprietà che altri, presumo, intendevano acquisire». Con il passare del tempo, quando i fatti sono divenuti pesanti, Spinelli sceglie di non piegarsi più alle assunzioni imposte, nè alle pressioni di alcun genere. Ciò ha creato un clima di tensione.
La ‘ndrangheta vuole e deve avere il controllo del territorio e, di conseguenza, di chi sul territorio opera e lavora. Lo sanno tutti, e molti credono sia ovvio.
Per questo è necessario fare presente che già prima del 2006, ad ogni supposizione di modifiche che si intendevano fare (ipotesi di vendita, rivisitazione del contratto, cambio imprese che lavoravano nel fondo) avveniva qualcosa in azienda (taglio alberi, abbruciamenti, furti, allontanamento lavoranti e di terzo contisti per i lavori dei campi). Il fine: il controllo dell’area per impedire che essa venisse venduta ad “estranei” e ad un prezzo di mercato invece di quello “proposto”. I continui interventi, quali gli abbruciamenti, avevano come obiettivo proprio la riduzione artificiosa del valore delle terre che già si vorrebbero acquisire a prezzi dimezzati.
In seguito al ripetersi di questi “incidenti di percorso”, Spinelli decide di rivolgersi ad una cooperativa che potesse offrirgli un supporto operativo laddove nessuno avrebbe voluto offrirne.
«Per ovviare ai problemi connessi alla conduzione dei lavori aziendale ho dato incarico nel 2008 ad una cooperativa di Sinopoli “Giovani in vita”, collegata al Ministero degli Interni e abilitata alla gestione delle terre confiscate alla mafia, di provvedere alle lavorazioni. La Cooperativa mi offre supporto operativo visto che nessuna altro lo offriva quando ne ho avuto bisogno. Paradossalmente, perfezionato il contratto con la Cooperativa, puntualmente si sono presentati altri offrendomi gli stessi lavori a prezzi minori. Da questo momento (anno 2008) i problemi invece di diminuire (esistevano in forma minore già prima e, segnatamente dalla fine del 2005) si sono acuiti.»
Cerca anche di beneficiare dei fondi di solidarietà, ma l’iter è naturalmente lungo e farraginoso, tanto che ad alcuni anni dalla richiesta, nulla ancora si è mosso. Né è stata ricevuta mai risposta o solo attenzione dagli esponenti dello Stato e delle Istituzioni, più volte sollecitati.
L’idea dell’imprenditore era quella di creare un agriturismo con fattoria didattica, offrendo servizi di educazione ambientale e di conoscenza del proprio territorio e delle proprie produzioni. La scelta è stata quella di puntare sulla qualità, sul biologico, ma soprattutto sulla legalità. Ma ciò che accade sembra volerci dire che quaggiù, volenti o nolenti, dobbiamo stare a regole chiare e non scritte, perchè tanto non verrà nessuno ad aiutarci, e che quindi o accettiamo le regole o è meglio se ce ne andiamo, e in fretta, prima che le intimidazioni si trasformino in atti più definitivi.
Capita, è capitato e può capitare in un’atmosfera di relativo silenzio, nonostante si dica in giro che la ‘ndrangheta ha abbandonato la strategia da Far West per farsi più audace e sofisticata. Ma le minacce sono minacce, il furto è un furto, l’incendio è un incendio, e sono tutte pratiche incivili e primordiali, indipendentemente dal fatto che i figli dei boss e degli ‘ndranghetisti conseguano la laurea a pieni voti (…).
Così l’imprenditore, preso atto della situazione, deve decidere quale sia la strada efficace o moralmente accettabile per risolvere il problema. E non usa mezzi termini nel ragionarci.
«Le scelte successive a questi fatti sono il loro conseguente risultato: 1- o risolvere con saggezza le cose, 2- o affrontare a pistolettate gli estorsori in differenti modi e poi consegnarsi ai carabinieri, farsi qualche annetto di carcere e uscirne con una nomea acconcia, 3- oppure seguire la strada delle continue denuncie anche se sembrano una forma sterile stante la attuale legislazione che dovrebbe tutelare chi il danno lo subisce piuttosto che la persona in generale.»
Un dilemma non da poco, quando con certe realtà si convive, ma non le si accetta mai, neppure dopo anni.
Certo, i consigli ricevuti spassionatamente da tanta gente non giocano a favore di una scelta moralmente accettabile, se nella maggior parte dei casi si traducono nei soliti “Lasci stare. Lei parla troppo. Non è cosa”, o ancora peggio “Lasciate tutto in mano nostra e andatevene”.
Ma la scelta moralmente accettabile, quella della legalità, è sicuramente quella che paga di più, che conferisce dignità all’individuo, ma che senza dubbio lo espone a ulteriori morbose attenzioni che poi, in parole povere, non sono altro che attentati, intimidazioni e pressioni.
Così trovano spazio amare considerazioni, che forse molti di noi non vorrebbero sentire, ma che infondo sono la verità.
«Per fare ciò che ho fatto ho impiegato il triplo del tempo in più moneta che se fossi stato ancora sul Lago di Garda (ho insegnato a Salò) dove, sono sicuro, sarei riuscito a realizzare ciò che volevo con l’aiuto concreto della Regione Lombardia che allora, quando sono partito per ritornare, illuso di poter essere utile alla regione di nascita, i problemi burocratici li risolveva con una celerità qui sconosciuta. Probabilmente la colpa è tutta mia che non ho voluto uniformarmi. Si vede che risulto antipatico, anticonformista, rompicoglioni, come qualcuno mi ha detto. Probabilmente non riesco a capire il modo di procedere di queste parti. Pensavo invece di venire a lavorare per la mia terra, mettere a frutto l’esperienza acquisita. Ma qui già tutti sanno fare tutto. Sono inutile. Mi dicono anche che sono coraggioso, salvo la precisazione, parlando con terzi, che ciò equivale a dire, nel gergo locale, cretino. Dovevo capirlo prima e mettermi con chi di dovere. Questo mi dicono. »
A questo punto, dato che i danni arrecati al fondo e alle strutture sono ingenti, è difficile immaginare che quell’agriturismo e quella fattoria didattica possano funzionare a regime, ma ciò non significa che gettare la spugna sia il gesto più ovvio. Non è esagerato pensare che già una giusta quota di attenzione su questa vicenda possa rappresentare un valido aiuto. Ma attenzione. Non si tratta di un aiuto a un imprenditore, a un proprietario o al singolo individuo quanto piuttosto di un aiuto alla collettività, a questa terra e alla sua gente.
La ‘ndrangheta, ormai si sa, non è solo in Calabria, non è solo nella Piana di Gioia Tauro ma è in Italia, e per queste ragioni va contrastata in maniera globale. Anche se ancora sembra la si voglia dipingere come fenomeno a metà tra il tribale e il folklore, quasi un patrimonio culturale di una sola Regione.
Ma quello che succede a Seminara, magari in forme differenti, succede anche a Milano e a Reggio Emilia. Parlarne, raccontarne i misfatti e denunciarli non è così semplice come altrove potrebbero credere. Qui persino nominarla è un tabù, non a caso lo slogan del Museo Della Ndrangheta, una delle realtà più attive nel contrasto alla cultura mafiosa, recita proprio “Il primo passo è nominarla”.
Ecco perché raccontare storie come queste è importante. Questa è solo una storia, ordinaria, ma non per questo scegliamo di tacere, o di limitarci a riportare una decina di righe asettiche a titolo di piccola cronaca locale. Perché non è piccola cronaca locale, ma è il cancro della nostra terra, è il freno al progresso, è il limite alla libertà, ma è soprattutto il frutto di un’economia che si presta a tali distorsioni, lì dove lo Stato si limita ad elargire fumosi aiuti in propaganda. E mentre i Calabresi continuano a trasferirsi altrove, silenziosamente, quaggiù c’è ancora chi resiste e non si omologa. E non ha proprio intenzione di farsi i fatti suoi. Lo stesso prof. Spinelli lo chiama “Brigantaggio”, inteso come forma di resistenza. Per questo quando ci siamo sentiti e gli ho chiesto di raccontarmi qualcosa di più, lui mi ha detto «vogliamo essere briganti, o no? ». A dispetto di chi credeva che la mafia è diretta discendente del brigantaggio…
Farsi i fatti propri è l’atteggiamento più mortificante per una persona. E’ connivenza ai massimi livelli, è il modo più stupido per far si che nulla cambi. Molti hanno scelto di restare fermi. Ed è quando tutto resta fermo immobile che nulla cambia. Sono ancora pochi, invece, quelli che hanno intenzione di non arrendersi e di lottare. I frutti di questa lotta si vedranno dopo, ma saranno per tutti, anche per chi non ha lottato.
E noi abbiamo deciso con fermezza di aderire alla seconda categoria, non per sentirci eroi (purtroppo ci vorrebbe ben altro!), ma perché profondamente persuasi che certe storie debbano avere una grande eco, affinchè qualcuno ci resti in questa Calabria!
Questo è il nostro piccolo contributo. Vi terremo aggiornati.
Le strutture e gli edifici presenti sul fondo prima, durante e dopo la riqualificazione per la creazione dell’agriturismo
Nicola Casile
e tutti i membri di LiberaReggio Lab

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