<<Cos’è stato?>>
<<Che ti ‘ndi futti…torna a dormire! Avranno fatto saltare qualche machina o qualche saracinesca>>.
<<Già…torniamo a dormire>>.
Reggio Calabria. Nella notte tra il 25 e il 26 agosto scoppia una bomba sotto l’abitazione del Procuratore Generale Salvatore Di Landro. In questo dialogo immaginario si racchiude quel sentimento misto di rassegnazione e indifferenza della società civile che, quotidianamente, persone come il Procuratore Di Landro cercano di scuotere con il loro lavoro.
Non è passato molto tempo dalla precedente intimidazione allo Stato, ovvero la bomba scoppiata nel portone della Procura Generale nella notte fra 2 e 3 gennaio di quest’anno. Da allora qualcosa si è mosso nella coscienza di alcuni cittadini che, spontaneamente, si erano recati nel luogo dell’attentato e hanno deciso di dare vita al movimento “Reggio non tace”. Pur essendo tanto per una realtà difficile come Reggio, abituata da tempo ad essere soffocata da poteri occulti e sempre più forti, è ancora troppo poco. L’attentato della scorsa notte, tra l’altro non il primo indirizzato al Procuratore Di Landro, veicola un messaggio inequivocabile: “Attento a quello che fai”.
Ma il messaggio che ha accompagnato il boato della scorsa notte è reso ancor più forte e assordante dal nostro silenzio, dalla nostra rassegnazione, dalla nostra indifferenza. Non basta diffondere messaggi di solidarietà per mezzo stampa poco dopo un attentato se ad essi non segue una reazione costante, un ricordo perenne non solo di tutte le vittime innocenti causate dalla ‘ndrangheta, ma anche di queste forme di violenza psicologica che la nostra comunità deve subire periodicamente.
Si tratta della stessa logica perversa seguita dalla mafia negli anni ’90, con l’uccisione di Falcone e Borsellino: quando nella lotta a un sistema criminale sono costrette ad esporsi soltanto poche persone, ai malavitosi basterà intimidirle o, in casi estremi, eliminarle affinché tutto sia sistemato. Nello stesso tempo, la società viene resa ancor più succube e inerte attraverso la paura. Per questo dobbiamo reagire in tanti, ciascuno nel suo piccolo e per quello che può, per dire basta a questa sodomizzazione che siamo costretti a subire da troppo tempo. E la necessità di una nostra reazione a questi attacchi è resa ancor più urgente in un periodo come quello che stiamo vivendo, in cui i nostri governanti sembrano più interessati ai loro battibecchi piuttosto che ai problemi della società civile.
Pur essendo d’accordo Gian Carlo Caselli quando ha detto che <<la gente ha diritto a dimenticare perché il diritto di dimenticare fa parte del diritto a una vita normale. Non si può vivere in un lutto permanente, in uno stato di mobilitazione permanente>>, non dobbiamo mai abbassare la guardia perché, per sconfiggere la ‘ndrangheta, così come la mafia e la camorra, non è sufficiente attendere gli arresti di boss e latitanti. Bisogna annientare quel modo di pensare e quel contesto culturale che sta alla base di ogni sistema criminale e che si alimenta di silenzio e omertà. Manifestiamo quindi senza paura la nostra solidarietà al Procuratore Di Landro, ma senza sentirci a posto con la nostra coscienza dopo averlo fatto. Altrimenti, continueremmo a lasciarci sottrarre anche le poche speranze e possibilità di riscatto che ci sono rimaste.
Raul Catalano
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Tag: attentato, bomba, di landro, ndrangheta, Reggio Calabria
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