
di Peppe Caridi - Forse non è il caso di Giampilieri, forse ci sarà modo di mettere in sicurezza la montagna o, con più probabilità , si potrà ricostruire il paese liberando dalle abitazioni gli alvei di sfogo di nuovi eventuali movimenti franosi.
Ma qualora i tecnici riscontreranno l’impossibilitĂ di dare sicurezza massima agli abitanti della piccola e graziosa frazione Messinese, si penserĂ a ricostruire “Giampilieri Nuovo” altrove. Ed è un’idea che da una parte fa paura a quei cittadini che dovrebbero abbandonare per sempre affetti, ricordi, storie e leggende di tante generazioni ma, dall’altra, stuzzica la creativitĂ e il fascino della “New Town”.Â
Lungo la nostra Penisola (ma un pò ovunque, nel mondo) è un susseguirsi di piccoli centri senza abitanti: paesi fantasma abbandonati in seguito a terremoti, alluvioni, epidemie e povertà che hanno costretto le persone a cambiare casa.
Alcuni sono conservati in buono stato e sono stati valorizzati come attrazione turistica. Altri un pò meno, ma conservano sempre un fascino, un mistero e un alone di inquietudine che trasmette suggestioni ed emozioni.
Molto spesso si tratta di centri situati in luoghi impervi, immersi nella natura, che godono di panorami mozzafiato: tra i ruderi di antiche case c’è la vegetazione incolta che cerca di farsi strada, e visitare questi vecchi centri è come fare un viaggio nel tempo, perchè risulta facile ed elementare immaginare come doveva essere quel posto quant’era vissuto.
Uno dei più suggestivi paesi fantasma d’Italia è Craco, a 300 metri di altitudine, in Basilicata a circa 50km da Matera. Francesco Rosi nel 1978 realizzò qui i set più importanti di “Cristo di è fermato a Eboli”: è infatti un classico della produzione cinematografica ambientare molti film nei paesi abbandonati.
Craco fu colpito da una frana nel 1963 e dal violento terremoto del 1981: gli abitanti decisero di andare a vivere altrove.
In Calabria ci sono tanti Paesi-Fantasma: Amendolea, abbandonato in seguito al terremoto del 1908 e poi, in maniera definitiva, dopo le alluvioni del 1956, si trova nell’entroterra Aspromontano. Africo fu colpito duramente dai terremoti e poi dalle alluvioni el 1951 e del 1953: gli abitanti costruirono la New Town di Africo Nuovo in una zona più sicura e abbandonarono il vecchio Paese.
Stesso destino per Roghudi, situato in uno sperone roccioso circondato da boschi di un verde lussureggiante e con la fiumara Amendolea a valle. Pentidattilo fu abbandonato perchè insicuro, sotto la roccia: in entrambi i casi sorsero Roghudi Nuovo e Pentidattilo Nuovo.
Di Paesi-Fantasma ce ne sono tanti altri. Melito Irpino, addirittura, in Campania, era un tipico borgo medioevale ma è stato raso al suolo per ragioni di sicurezza in seguito al violento terremoto del 1962.
Conza Antica è stata abbandonata in seguito al terremoto del 1980 che ha raso al suolo quasi la totalità dei suoi edifici, così come Ragnano al Monte, costruito su un pizzo a strapiombo su un burrone.
Anche in Abruzzo ci sono centri abbandonati: Rocca Calascio e Serra.
In Sicilia abbiamo l’esperienza di Santa Margherita al Belice, distrutta dal terremoto del 1968.
Gioiosa Guardia è disabitata dal 1783 e il nuovo centro sorge lungo la costa Tirrenica e si chiama Gioiosa Marea.
Anche nel Lazio, in Toscana, in Friuli, tra Marche e Umbria, in Liguria e sulle Alpi ci sono tanti centri disabitati: abbandonare un paese costruito in un luogo impervio e insicuro e ricostruirlo in un’area più tranquilla è l’assoluta normalità dell’evoluzione sociale e geografica dell’umanità .
E la costruzione di “New Town” non può che affascinare e stimolare idee e creatività per dare una risposta ai problemi di tutti i giorni. “Un architetto non può essere contrario all’ipotesi di costruire una ’new town’. Anche se fanno ormai parte della storia urbanistica e in Occidente non si realizzano più da tempo, le ’new town’ rappresentano un’esperienza architettonica interessante”: è quello che pensa il famoso architetto genovese Roberto Silvestri.
Un esempio molto recente è quello di Cavallerizzo, una frazione di Cerzeto in provincia di Cosenza.
Il 7 marzo 2005 il paese è venuto giù con una frana, per fortuna senza effetti tragici sulla popolazione. Che però è rimasta segnata e ha avuto paura: ricostruire il paese lì, e vivere in modo tranquillo e sicuro sarebbe stato impossibile, per ragioni assolutamente naturalistiche e geologiche. Si è scelta un’altra strada: realizzare un nuovo paese in un sito diverso da quello originario. Una ’new town’ a tutti gli effetti, che ha ricalcato il modello di quella originaria, anche per quanto riguarda i rapporti col vicinato.
I cantieri sono stati aperti nell’ottobre 2007, e due quartieri sono già finiti. Nel 2010 la nuova Cavallerizzo, pochi chilometri in linea d’aria dalla vecchia, dovrebbe essere pronta. E la gente, che ha partecipato a tutte le scelte, potrà andare ad abitarci. L’aspetto davvero speciale è che non e’ stato riprogettato solo il paese fisico, ma anche quello sociale, ossia quello legato ai rapporti di vicinato, alle relazioni tra parenti, amici, nuclei familiari, che si ritroveranno a vivere esattamente come prima. L’intervento è totalmente pubblico e Guido Bertolaso, capo della Protezione civile, è commissario delegato. Il ministero delle Infrastrutture ha accompagnato l’intera iniziativa. I fondi stanziati sono pari a 50 milioni di euro, il 90% gia’ erogati. “Con questa cifra – spiega l’architetto Annalaura Spalla che ha curato il progetto – sono in via di ricostruzione una scuola, una chiesa e 264 case per 560 abitanti, per lo piu’ anziani, ma con un 35% di giovani. Cavallerizzo non aveva edifici di particolare pregio, ma la popolazione e’ arbereshe, etnia di origine albanese, e il paese era diviso in cinque quartieri detti gjitonie. Li abbiamo riprogettati secondo la forme originaria, ognuno con la sua piazza”.
Le case, disposte a schiera e affacciate sulle piazze, valore al metro quadro 900 euro, ingresso indipendente e orto sul retro, non sono tutte uguali, perche’ sono state accolte alcune richieste di personalizzazione degli edifici.
Il progetto complessivo e’ stato steso una prima e poi una seconda volta, dopo aver ascoltato uno a uno gli abitanti.
Tutto dipende, quindi, da come si realizza il nuovo paese: può diventare anonimo, inospitale, obiettivamente brutto come i casermoni della nuova Pentidattilo o della nuova Roghudi, come Laviano, dove i cittadini sono ancora spaesati dopo trent’anni e denunciano la perdita delle radici.
Ma si può anche costruire bene, in modo accogliente e funzionale, come sta avvenendo in Abruzzo.
Altro aspetto: la valorizzazione della ’Old Town’. Come unire l’utile al dilettevole?
L’esempio calzante è quello di Noto: oggi meta di turisti, tutelata dall’Unesco perchè ’Patrimonio dell’Umanità ’, conosciuta al mondo come “Il Giardino di Pietra”, il gioiello barocco della Sicilia è nata tre secoli fa come una ’New Town’ costruita dopo il devastante terremoto dell’11 gennaio 1693. Era una domenica, e quel terremoto è ricordato come il più forte che a memoria d’uomo ha colpito l’Italia tanto da distruggere un’area vastissima della Sicilia sud/orientale, dove perirono i tre quarti degli abitanti delle Province di Catania, Ragusa e Siracusa.
La Sicilia era un dominio spagnolo, e l’opera di ricostruzione è considerata da molti storici “ammirevole”, nonostante non tutti i paesi e le città distrutte fossero ricostruite dov’erano prima.
Gli abitanti di Avola e di Noto, ad esempio, ricostruirono le loro case a valle, vicino al mare. Fu una scelta democratica, presa dai sopravvissuti, anche se qualche volta, come ad Avola, ci furono furibondi contrasti tra chi voleva restare nel vecchio sito, sulla montagna, e chi invece voleva andare in pianura, vicino al mare, non essendoci piĂą la paura dei pirati che aveva fatto preferire ai loro avi di arroccarsi in una zona impervia e piĂą facilmente difendibile.
A Ragusa lo scontro fu ancora più radicale, e la popolazione alla fine, scartata l’ipotesi di trasferirsi sulla costa, troppo lontana, si divise comunque in due: una parte, guidata dagli aristocratici, ricostruì nel vecchio sito, l’attuale Ragusa Ibla, e gli altri fondarono dal nulla la nuova Ragusa su un pianoro poco lontano.
Gli spagnoli fecero arrivare in Sicilia architetti e maestranze anche dal Nord Italia per l’immane opera di ricostruzione, avendo cura di rifare non solo i palazzi, ma anche il tessuto socio-economico dei nuovi centri abitati, alternando edifici aristocratici, abitazioni popolari, botteghe artigiane, come era prima della catastrofe.
Nessun turista che arriva a Noto pensa che la città che sta ammirando, all’inizio era solo una ’New Town’: quello della ricostruzione è un momento fondamentale per il futuro del territorio e, paradossalmente (vedi Friuli!) può diventare un’occasione di crescita, sviluppo ed emancipazione.
Affinchè ciò avvenga, bisogna fare in questa fase scelte serie e lungimiranti, senza farsi influenzare dalle antipatìe politiche e sociali, ma con una seria riflessione sulle possibilità di sviluppo futuro del territorio.
Scaletta e Giampilieri hanno pianto, hanno pianto tanto. Troppo.
Ancora si scava sotto le macerie per trovare gli ultimi dispersi. Ma il mondo continua a girare, e la vita prosegue.
Scaletta e Giampilieri hanno oggi una grande occasione: ricominciare daccapo, mettendo da parte gli sbagli del passato e diventare centri propulsori dell’economia, della società e della civiltà Messinese, Siciliana e meridionale.
Possono farlo se colgono al balzo l’occasione della ricostruzione. A prescindere dalle eventuali New Town.



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