Tutti noi che abbiamo studiato a scuola filosofia ne abbiamo sentito parlare. Tommaso Campanella, nato a Stilo (RC) nel 1568, nacque a suo dire per “debbellar tre mali estremi: tirannide, sofismi e ipocrisia”.
Trasferitosi con la famiglia ancora bimbo a Stignano intraprese gli studi e diventò padre domenicano in un periodo di enormi stravolgimenti filosofico-religiosi in cui egli si inserì alla grande in quanto studioso ed eretico.
Nei libri di filosofia scolastici, nelle poche pagine a lui dedicate, è il suo utopismo ad essere posto in evidenza. Oltre ad appoggiare apertamente la libertà scaturita dalle teorie copernicane e galileiane che erano contrastate con durezza dall’Inquisizione della Chiesa appoggiata nel sud Italia dagli spagnoli possessori del regno.
Campanella subì 5 processi nella sua vita. Fu incarcerato, torturato e costretto a fingersi pazzo per non essere condannato a morte in quanto, rinnegando le opere di San Tommaso, non era considerato un buon cattolico.
Eppure ne La città del sole, sua opera più conosciuta, insistono diverse contraddizioni da questo punto di vista.
Nel dialogo (ai tempi la maggior parte delle opere letterarie e scientifiche venivano scritte sotto forma di dialogo, questioni di storia della scrittura che magari tratteremo un’altra volta) attraverso cui si snoda la descrizione della Città del sole e della vita che si svolge al suo interno è assolutamente presente il ruolo di Dio tra gli umani. Non ci si può aspettare che questo non sia presente nell’opera di un domenicano, quello che è “eretico” per i tempi (ma anche per il presente) è che nella Città del sole si venerava la natura. Ogni elemento di essa è degno di venerazione e, dunque, di sacralità che, però, nelle intenzioni del Campanella non porta ad intaccarne l’integrità del padre eterno.
Dio è natura e tutto è rinchiuso nella saggezza del sole che fa vivere ogni cosa. Le teorie di Galileo, difese fino allo stremo anche tra le righe dell’opera in questione, favoriscono l’adorazione anche dei corpi celesti e di tutto quel mondo che in quell’epoca era osteggiato dalla Chiesa romana per paura che allargare i confini della conoscenza umana potesse favorire l’abbandono di Dio quale certezza ultima di ogni cosa. Non è certo questo l’intento del Campanella nella sua opera più conosciuta e, probabilmente, più rivoluzionaria.
A proposito di rivoluzioni… il nostro Tommaso era un gran sovversivo. Ho accennato brevemente ai suoi cinque processi per i quali non c’è spazio adesso, ma quel che è certo è che La Città del sole è il testo che descrive l’idea di mondo e di città per cui il filosofo calabrese lottava con tutte le sue forze. Città che aveva provato a formare attraverso una vera e propia insurrezione da lui ordita proprio nell’estremità sud della penisola, quella da dove era originario. La nostra, per intenderci.
Il tentativo di insurrezione e istaurazione di uno stile di vita “utopico”, in cui l’amore era libero ma sottostava ad una cognizione “eugenetica” della riproduzione; una città in cui centinaia di emissari venivano mandati in tutto il mondo ad apprendere dagli altri popoli e culture per poi riportare nella Città del sole quanto di buono avevano visto; una città in cui l’educazione e l’istruzione duravano per tutta la vita a partire da 3 anni di età.
Potrei continuare sulle peculiarità ma non credo sia questo il senso attuale di questa grande opera (per quanto sia un libercolo di neanche 100 pagine).
Il suo senso lo trovo nell’idealismo, nell’idea e nella necessità di immaginare un mondo che sia migliore dell’attuale e del fatto che questa immaginazione prima ancora di travalicare i confini nazionali si sviluppi nel piccolo, nel contesto di un tessuto comunitario cittadino.
Questo, secondo me, è il valore che lascia La città del sole ai suoi lettori.
Alessio Neri
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