I libri sono specchi:
riflettono ciò che abbiamo dentro.
(Carlos Ruiz Zafòn)
L’emozione che può dare la lettura di un libro è un qualcosa di scientificamente incalcolabile al pari di tutti i sentimenti che un individuo può provare.
L’emozione sta nell’immedesimarsi nelle figure dei personaggi, nel cercare di comprendere e districare la trama, nel confrontarsi con situazioni, luoghi e circostanze sconosciuti, insomma nel conoscere, addentrandosi pagina dopo pagina, mondi nuovi e affascinanti.
Quando poi scopri che questo mondo altro non è che un salto temporale tra la tua città natale, così come la conosci, e quella stessa città, così come era 500 anni prima, l’emozione della lettura non può che farsi più interessante e ammaliante.
Tutto questo è descritto in “Nemesis” un libro del reggino Giorgio Gatto Costantino, il quale pur ambientando il racconto nella Reggio contemporanea che tutti noi conosciamo, ripercorre una vicenda avvenuta oltre 500 anni fa e che vide la comunità ebraica dell’epoca cacciata furiosamente e improvvisamente dalla città, intrecciando la trama in un viaggio nel tempo tra passato e presente.
La vicenda di riferimento narra appunto che nel 1511 gli ebrei del ghetto di Reggio Calabria vennero espulsi dalla città accusati da alcuni mercanti genovesi e lucchesi, che non tolleravano il loro totale controllo sul commercio della seta, di ricavare enormi guadagni con l’usura.
Prima di essere scacciato un vecchio ebreo lancia una maledizione sulla città: “Quando anche l’ultimo della sua stirpe avrà lasciato la città, come unica traccia della loro permanenza resterà il Pentateuco, un libro risalente al 1475, che non dovrà mai lasciare Reggio, pena la distruzione della città”. Distruzione che l’autore fa coincidere con i terremoti che hanno storicamente devastato Reggio Calabria e che avvennero ogni qual volta il libro si allontanò, se pur di pochi chilometri, dal centro della città.
Tutto resta invariato con il libro rinchiuso nella cantina dei Moncada fino a quando un ebreo residente a Roma, non cerca di impossessarsene per vendicarsi delle atrocità sofferte dal suo popolo a causa dell’avidità dei Reggini.
Il libro si apre con la suggestiva immagine del Tenente dell’arma dei Carabiniere Ulisse Da Silva, protagonista del racconto nonché figlio di genitori Reggini trasferitesi a Roma, mentre fa jogging sulla via Marina.
Una volta tornato in caserma trova prima la signora Sara Bianchi che denuncia una rapina a mano armata in casa sua e poi il professore Luigi Corasaniti che è stato trovato all’interno della villa del Barone Moncada con il cancello forzato. Il Barone non sporge denuncia e il Tenente fa amicizia con Luigi Corasaniti.
Sarà proprio il professore, storico avvinto e amante della città e della sua storia, a raccontare al Tenente Da Silva la leggenda della maledizione e a prepararlo all’incredibile viaggio che lo porterà, sotto la guida di un frate fantasma dell’epoca, nella Reggio cinquecentesca.
Così in un turbino di azione tra indagini dell’Arma, omicidi, furti e salti temporali , il protagonista dovrà cercare di salvare il Pentateuco e di conseguenza difendere le sorti e gli abitanti della città di Reggio Calabria.
La storia di per se è affascinante; molto spesso mi sono trovato a passeggiare per le vie di Reggio e chiedermi come si presentasse la città in epoca Greca, piuttosto che nell’ottocento o agli inizi del secolo scorso. Questa mia curiosità è stata in parte lenita dal racconto che purtroppo a livello narrativo-descrittivo è poco curato. Ciò nonostante, con un po di fantasia, sono riuscito lo stesso a immedesimarmi nel viaggio nel tempo che il Tenente Da Silva ha compiuto e, anche se in minima parte, sono riuscito a creare nel mio immaginario, un idea della Reggio del cinquecento.
L’idea di partenza del libro è a mio avviso interessante anche se sviluppata pochissimo, ma d’altronde lo stesso autore nella prefazione precisa che il libro è nato come una favola da raccontare alla figlia.
Ciò non toglie che in questa “favola”, se pur non storicamente verificata, ci si possa credere e arrivare a provare delle emozioni particolari e suggestive. Le stesse emozioni che un reggino costretto a vivere lontano dalla propria città rivive ad ogni ritorno, e le stesse emozioni e lo stesso senso di appartenenza e di adorazione che ogni reggino dovrebbe avere nei confronti di una città che trasuda storia quale Reggio Calabria è.
Favola o non favola resta il fatto che pur continuando ad amare intensamente Reggio Calabria, nonostante i suoi problemi e, per dirla come l’autore, le sue “sbavature”, questo libro ha fortificato in me il senso di appartenenza alla mia città facendomi capire quanto la sua storia vada non solo difesa, ma soprattutto rispettata. Non so se questo fosse lo scopo dell’autore, fatto sta che per una favola… non è poco!
Carmelo Spanti
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