A Reggio Calabria nelle elezioni politiche del ’68, le ultime prima che la città si rivoltasse per l’assegnazione del capoluogo a Catanzaro, i cittadini avevano dato 25.633 voti all’on. Mancini, 26.865 all’onorevole Misasi e 25.587 voti all’on. Pucci. Gli stessi tre personaggi politici calabresi accusati dai reggine dei moti di aver tradito Reggio per averla estirpata dell’assegnazione del titolo amministrativo di città principale della regione.
Dopo un esplosione di rabbia generale immediata nella quale ci scappò il morto Labate, ferroviere reggino della CGIL colpito in pieno volto da un candelotto lacrimogeno della polizia, i partiti e i sindacati si unirono e si divisero sulle posizioni da prendere nei confronti della protesta popolare ormai scoppiata. Tutti i soggetti di aggregazione di massa che negli anni ’70 erano attivi in Italia dovettero anche confrontarsi con la dirompenza politica di una protesta che dopo poco tempo venne presa in mano dal Comitato d’Azione di Ciccio Franco. Molti si unirono alla protesta, qualcuno se ne dissociò perdendo sicuramente un’occasione per dare un significato più sociale e nazionale ad un’esplosione finanziata da alcuni grandi idustriali della città e dagli agrari della Piana di Gioia Tauro.
L’autore del libro uscito nell’aprile ’72, quindi molto “a caldo”, descrive il punto di vista particolare dei sindacati confederali sulle vicende reggine. Ne viene fuori un discorso particolaristico che punta ad analizzare le “istituzioni” dei lavoratori in relazione ad un’esplosione popolare.
Anche da questa ottica quello che risulta è l’immobilità delle organizzazioni sindacali di fronte alla protesta e i particolarismi che vennero a crearsi tra i vari settori di lavoratori. A rimanere fuori dalla protesta ci furono buona parte degli operai edili della città mentre i lavoratori pubblici e delle amministrazioni sabotarono costantemente i loro posti di lavoro anche grazie all’accondiscendenza (talvolta una vera e propria costrizione) dei propri capo-ufficio. In base a quanto riporta D’Agostini, questi in massa consentivano ai lavoratori del pubblico di Reggio Calabria di firmare la presenza sul posto di lavoro ma di abbandonare gli uffici “aderendo agli scioperi” proclamati dai Boia Chi Molla senza dover perdere il giorno di stipendio come succede ai lavoratori del settore privato. Nel raccontare questa situazione l’autore già evidenzia come molti di questi erano stati piazzati lì per connivenze e cliente politico-elettoralistiche descrivendo una realtà reggina assolutamente in linea con l’attuale.
La differenza tra i nostri tempi e gli anni settanta la fa sicuramente il linguaggio usato. Le argomentazioni del libro assumono un carattere di carrozzone antico a causa soprattutto del linguaggio e dei termini usati che sembrano raccontare un mondo che non esiste più.
La Rivolta di Reggio è uno di quegli accadimenti storici talmente complessi per cui l’osservatore interessato per comprenderla il più possibile (ma mai in maniera completa e definitiva) è obbligato a prendere coscienza dei numerosi punti di vista e dei racconti di quei giorni. Questo libro è sicuramente un elemento utile ad arricchire la propria conoscenza sulla realtà dei cosiddetti moti di Reggio.
Alessio Neri


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