Mettete assieme quattro donne, meglio se con una laurea in architettura, un evento da realizzare e tanta voglia di cibo non solo da mangiare ma soprattutto da “vedere”, ed ecco che vi trovate di fronte ad “Arabeschi di Latte”, un progetto tutto al femminile, nato nel lontano 2001 quasi per gioco e divenuto oggi una fusione di ricercatezza, creatività ed eleganza.
“Ideare e realizzare eating events utilizzando il cibo come strumento di convivialità e di aggregazione sociale”: questa l’idea fondamentale verso cui tende la loro ricerca.
Con base a Firenze ma, come loro stesse dichiarano, spesso e volentieri in giro per il mondo, lanciano una sfida: quella di riuscire a portare in Italia un po’ dello spirito creativo che si respira all’estero. E noi, certi della buona riuscita, qualche giorno dopo la conclusione di Pitti Immagine le incontriamo liete di ospitarci nel loro mondo arabescato.
Quando nasce il progetto “arabeschi di latte”?
Nel 2001 da un’idea di Francesca Sarti. Eravamo tutte studentesse in architettura alle prime armi e lavoravamo nello studio di un nostro professore, le uniche ragazze in mezzo a una quindicina di ragazzi, così per gioco ci è venuta l’idea di coalizzarci per lavorare all’organizzazione di una serata a tema sul vintage e la rielaborazione e decostruzione di vecchi abiti.
Il gruppo è sempre quello degli inizi?
La formazione iniziale era di sette, ora siamo in quattro. Le altre tre hanno portato avanti passioni differenti. Una vive a Londra, una progetta barche e una fa la mamma.
Perché proprio questo nome “arabeschi di latte”?
Diciamo che come la maggioranza dei nomi dei gruppi anche questo è nato per caso durante una cena, eravamo giovani e tutte ragazze. Quello lo siamo ancora, giovani un pò meno e ci piaceva l’idea delle vecchie tappezzerie demodè e retrò con i disegni arabescati. Ma l’arabesco era un pò altisonante come concetto per cui avevamo bisogno di addolcirlo e smorzarlo con un termine più delicato ed è venuto fuori il latte come fosse un disegno leggero che il latte fa quando viene mescolato e il riferimento al cibo era d’obbligo.
Ecco veniamo ai progetti…principalmente cosa realizzate??
Siamo architetti per cui cerchiamo di realizzare progetti in cui molto spesso il cibo diventa l’attivatore di una serie di situazioni di convivialità e sai che con il cibo si fa presto a far incontrare le persone. Ecco noi lo utilizziamo come propulsore e ci costruiamo intorno tutto il resto. I nostri sono una sorta di eating event. Chi visita il nostro sito vedrà una sfilza di nomi di progetti diversissimi tra loro, dal progetto di eventi, ai party, agli allestimenti a tema per la moda e il design, alla produzioni di oggetti di design, per cui è difficile dare un’ identificazione precisa di ciò che facciamo.
So che lavorate anche all’estero…c’è un clima e una percezione differente del vostro lavoro a Londra piuttosto che a Milano?
Assolutamente si, ma la differenza forse si vede meno tra Londra e Milano e magari di più tra Milano e Tokyo. Milano è un termine di paragone già più avanzato, ma forse la cultura del design che cerchiamo di promuovere si rifà ad una mentalità più nord-europea. Siamo state sempre accanite fan di gruppi come le giapponesi Goma, che abbiamo conosciuto a Tokyo in occasione della presentazione di un nostro progetto, il collettivo olandese Droog Design, Lee Edelkoort e tutta la banda dei giovani designer europei. Certamente c’e’ una visone più attenta al dettaglio e meno all’industria rispetto alla realtà milanese. Milano è una piazza fortunatissima per noi ed è vicina a Firenze, questo ci permette di prendere contatto con persone che sono già abituate ad un certo tipo di evento. Rimane comunque il fatto che ci spostiamo volentieri e che cerchiamo sempre di trovare spunti e idee… in fondo è una sfida quella di portare anche qui un pò dello spirito che si respira all’estero. Tokyo poi è una scuola pazzesca!
Solitamente chi sono i committenti?
A Firenze lavoriamo per Pitti Immagine, ma in generale in Italia collaboriamo con marchi appartenenti al mondo della moda, del design e nelle gallerie di arte contemporanea, ma ci capita spesso di fare progetti anche per lo spettacolo. Al giorno d’oggi tutti hanno voglia di organizzare eventi e il mercato è vasto e il cibo è sicuramente un collante incredibile.
Gli ultimi progetti ai quali avete lavorato?
Il mese scorso abbiamo curato l’allestimento della mostra su Walter Albini, alla Galleria del Costume di Palazzo Pitti, e in quest’occasione c’è stata anche la presentazione del libro “Walter Albini e il suo tempo, l’Immaginazione al Potere” curato da Maria Luisa Frisa e Stefano Tonchi. Subito dopo ci siamo occupate dell’allestimento della seconda edizione di Fashion on Paper a Roma, il festival delle riviste di moda indipendenti che si è tenuto al Tempio di Adriano e invece la settimana scorsa a Milano con i ragazzi di Esterni, abbiamo organizzato un laboratorio di pandori e panettoni per insegnare i tanti modi di riciclare i dolci del Natale che rimangono per mesi nelle nostre dispense di cucina. E’ stata una serata particolare in cui le persone presenti ci hanno portato i dolci avanzati e noi abbiamo fornito tutti gli strumenti e gli ingredienti per riutilizzarli e mangiarli insieme…
Cosa avete realizzato invece per Franco Albini?
In quell’occasione abbiamo fatto le architette vere e proprie. Niente cibo stavolta (solo un piccolo servizio di vodka e cioccolata), il resto era un progetto che prevedeva un display costituito da due monoliti che in pianta riprendevano le iniziali della copertina del libro WA incastrate e rivestite interamente di specchio. Il materiale fotografico veniva attaccato agli specchi con delle calamite a forma di stella. Walter Albini amava gli specchi e amava le stelle.
Per quanto riguarda la scelta del cibo da proporre, c’è un criterio con cui di volta in volta lo scegliete?
Il criterio generalmente va con la richiesta. Cerchiamo di creare una situazione che rispetti il mood generale dell’evento e di conseguenza possa dare risalto a tutta la situazione. Lavoriamo spalleggiati da catering che curano la preparazione, ma siamo noi a decidere insieme al cliente cosa proporre, con un occhio alla qualità e un altro all’estetica…sempre secondo il nostro punto di vista e poi c’entra anche la necessità di valorizzare il cibo per riportarlo all’idea di aggregazione che ha sempre avuto, quindi via libera alle vecchie e sane tradizioni del cucinare insieme, del ritrovare le pratiche di manualità e preparazione di vecchie ricette e soprattutto della riscoperta di vecchi sapori spesso dimenticati. Non è un caso che alla fine ci piace tantissimo organizzare dei cooking studio al Mia Market in cui tutti insieme prepariamo gli gnocchi o i tortelli di patate.
Parliamo un pò del Mia Market.
Il Mia Market (http://www.miamarket.blogspot.com/ ) è il nuovo food concept con sede a Roma, in via Panisperna 225. E’ uno spazio accogliente dove si ha la possibilità di acquistare e consumare direttamente prodotti locali e stagionali e di partecipare ai cooking.
Ad aprile ci sarà il Salone del Mobile a Milano e sicuramente ci saremo con tante belle e interessanti novità.
Arabeschi di Latte è un progetto ideato e curato da Francesca Pazzagli , Francesca Sarti, Silvia Allori, Alessandra Foschi.
Teodora Malavenda
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Tag: cibo, convivialità, creatività, eating, eventi, femminile, pitti, tokyo
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