Ore 21. L’addetta alla biglietteria ci comunica che lo spettacolo a breve avrà inizio.
Siamo in venti. Dieci uomini e dieci donne. Qualche indiscrezione, un breve scambio di battute e poi tutti sul palco. La curiosità e un pizzico di emozione pervadono le nostre menti. Attraversiamo un lungo corridoio stretto tra due anguste pareti nere per poi ritrovarci sul luogo incriminato. Una grande sala illuminata da una fioca luce funge da fondale scenico, ai lati una fila di dieci sedie poste dietro ad altrettanti inginocchiatoi, sul fondo una scarno immaginario altare.
La prima impressione è quella di voler fuggire per evitare di essere coinvolti in qualche situazione difficile da gestire ma neanche il tempo di esitare che già ci ritroviamo travolti dalla voce penetrante di un prete folle. E’ lui che dà inizio alla confessione. Il prete dalla risata isterica, così mi piace ricordarlo, ci proietta nei labirinti della psiche umana, tanto che facciamo fatica a seguirlo.
Nella mente un groviglio inestricabile di pensieri, un tumultuoso susseguirsi di sensazioni contrastanti ci catturano, e proprio quando crediamo di poter fare un sospiro di sollievo e intravediamo il bagliore dell’alba, davanti a noi dieci confessandi attendono il loro turno nella speranza di ricevere la tanto attesa assoluzione.
Dietro tutto questo c’è la regia di Walter Manfrè, Direttore Artistico del Festival Catonateatro, nonché regista di spessore e fama internazionale.
Una sua definizione di “teatro della persona”…
E’ una forma di teatro basata sull’uso essenziale di tre elementi:
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