Paradossalmente, e in barba allo sdegno, ho provato un’insolita felicità nel partecipare alla manifestazione di sabato. Dopo tanto tempo, ho potuto “coltivare la nausea†per questo sistema economico e politico-sociale basato sulla sopraffazione non più da sola o con qualche ristretto gruppo di pensanti: lo sdegno era finalmente, visibilmente moltiplicato per trecentomila; deambulava, urlava, inondava come un fiume impetuoso infiniti metri quadrati di dissenso consapevole. Il cuore si gonfia, l’indignazione non frena un sorriso: è la gioia di sapere che si è in tanti. Sia pure incazzati – non è una festa. Ma meno soli.
Non credo a chi dice che la manifestazione abbia fallito. Questo lo potremo dire dopo, con l’eventuale seguito che avrà . Ma già il fatto di essere stati moltissimi, diversi (dalla casalinga al precario, ecc), provenienti da tutt’italia, insieme col mondo, decisi a catturare l’attenzione di chi di solito non ci vede, non è affatto scontato. In tempi di narcotizzazione mediatico-politica di massa, è da salutare in modo assolutamente positivo.
Certo, è un peccato che non si sia arrivati armoniosamente tutti a sera, con l’incisivo seguito che ci si era proposti. Ma sono portata a sperare che, nonostante la varietà dei gruppi coinvolti e l’imprecisione del messaggio (si tratta di un “no†e un “basta†da articolare ulteriormente), il discorso non si fermi per causa degli scontri e annesse reazioni, ma ne sia spronato a proseguire.
In fondo, pensiamoci, “l’armonia†che molti avrebbero voluto trovare uniforme nel corteo, sarebbe stata una fedele rappresentazione della realtà delle cose? La realtà di oggi non è armoniosa, non è lineare, non è pacifica. Condivido con coloro che sottolineano che il mondo così come è strutturato è intriso di violenza. Una violenza che gode di istituzionale legittimazione. Di qui a dire che la violenza nel capitalismo che denunciamo giustifica l’ “occhio per occhioâ€, però, ne passa. Ma se vogliamo approfondire, la differenza tra la violenza dei ragazzi sabato e quella che permea di sé l’economia e la politica mondiale, è che la prima si presenta nuda e cruda come tale, soggetta naturalmente a ovvie riprovazioni, la seconda è violenza che vuole apparire come normalità , come routine, come ineluttabilità dell’inguistizia sociale, che lentamente obnubila il pensiero critico delle persone con la forza dell’abitudine, e induce – coi potenti mezzi che ha a disposizione – a scambiarla come l’unica realtà possibile. Minando così la democrazia alle basi: quelle della voglia di partecipare, di informarsi, di “rise upâ€, alzarsi. Se tutto è così mastodontico, sovrumano, ineluttabile come un destino, perché lottare? Meglio accendere la tv, accettare le ingiustizie nel lavoro (quando c’è) e con quei pochi spiccioli contribuire a riprodurre il sistema che ci ha portato a guadagnarli e spenderli.
La gente che ha manifestato ha in mente uno schema diverso, sa che la passività è la più grande complice del potere. Se è arrivata lì, è perché non crede alla favola – comoda, strumentale al perpetrarsi del dominio dell’1% – del “il mondo è così e non si può cambiareâ€. Ovvero la favola di un mondo preconfezionato, che si presenta come fatalità mentre non ci resta – così si vuole – che subirne la sovrumana potenza..
Macché, questa “potenza†è tutta umana e terrena: dietro la crisi ci sono persone, scelte precise, responsabilità , dinamiche che conviene vengano rappresentate come “incontrollabiliâ€. E’ la crisi – questo spauracchio, questa grande discarica della coscienza del potere – che sta diventando un alibi per continuare a perpetrare uno status quo di sopraffazione, di percentuali clamorosamente asimmetriche, l’1% di contro al 99%.
Questo nugolo di consapevolezze si respirava intensamente nell’aria – finché non sono arrivati i fumi delle macchine in fiamme, finché non siamo inciampati sui vetri delle auto e delle banche sfondate, finché la tensione è subentrata alla “gioia incazzata†e la gente, impietrita, temeva il peggio.
“Il maleâ€. Tutti hanno condannato le violenze di sabato.
Nel medioevo molti filosofi sostenevano che essendo dio il bene, coincidendo l’essere con dio e dio col bene, tecnicamente il male non esiste, il male è “non essereâ€, una carenza di essere, un venir meno, esterno e altro dall’essere. I violenti sono stati presentati da stampa e politici, nonché da molti manifestanti, come qualcosa di esterno, estraneo, che non ci riguarda, noi, i “buoniâ€. Direi che il meccanismo argomentativo di base è tendenzialmente lo stesso: epurare la realtà dagli elementi che pure ne fanno parte, ma che non piacciono, negandoli. Benché non giurerei sull’opportunità del paragone tra Agostino d’Ippona e la stampa nazionale, considerare quanto accaduto come un fattore esterno tout court, derubricandolo come banale teppismo, non ritenere l’accaduto come intrinseco a un contesto più complesso, è indice di uno sguardo che della realtà vede solo quello che vuol vedere – uno sguardo conciliante che ha bisogno di una consolazione (“quello non mi riguardaâ€), che di certo tuttavia non troverà nella realtà . Perché la realtà non è “concilianteâ€. E’ pervasa da un conflitto latente, che, come una malattia esantematica, a un tratto esplode con un’eruzione cutanea. Non sappiamo se all’eruzione segua guarigione. Di certo, l’eruzione comunica a chi la vede che serve una “cura†che finora non c’è stata.
L’accaduto costringe cioè le persone a misurarsi veramente col fatto che c’è un cortocircuito comunicativo che ha portato a questo. Un gap nella democrazia. Il sintomo di una malattia che è intrinseca al sistema generale, lo stesso che ora lo condanna tout court, senza ulteriori riflessioni. Il fatto che ci siano migliaia di persone disposte, senza remore, allo scontro aperto per dare sfogo all’ “antagonismo sociale†ricusando le solite mediazioni, scagliandosi senza eufemismi sui “simboli del potereâ€, ancorché materiali, per il “sistema†non è per i più un fatto da interrogare e sondare. Questo fatto deve essere preso in carico dalla politica, non eluso come posticcia eversione temporanea e basta. Le mediazioni democratiche tradizionali sembrano non bastare più. La piazza, i megafoni, talora spranghe sostituiscono la dialettica politica normale – forse perché questa è carente e non adempie più davvero al suo compito. La fiducia, ridicola, di un Berlusconi per un voto ne è un esempio. Le centinaia di manifestazioni contro i tagli alla cultura che il ministero ha sistematicamente ignorato, un altro. Sono solo due tra i moltissimi esempi che, su scala nazionale e mondiale, potremmo proporre.
Insomma, ci sono altre chiavi di lettura – ignorarle assorbendo pedissquamente la posizione corrente, della condanna senza ulteriori riflessioni è sbagliato. Relegare la violenza di sabato nel rango delle effimere eccezioni, della estemporanea spazzatura sociale, altrettanto.
C’era una consapevolezza nello sfascio. C’era una non dissimulata base politica, sia pur espressa in un gergo che evoca quello degli ultrà , ibridamente fuso – qualcuno direbbe, anacronisticamente – con il già visto linguaggio della lotta armata brigatista (cfr. scritte  “guerra allo statoâ€, et sim.); linguaggio da taluni definito “poco creativoâ€, forse a ragione.
Da un lato, dunque, un’insofferenza sociale acuta, un’esasperazione, la consapevolezza che la comunicazione ordinaria è insufficiente a esprimere un disagio che nonostante centinaia di proteste non è stato ancora r-ac-colto sul serio dai destinatari. Da cui l’intenzione di troncare con gli odiosi eufemismi della politica, intrisa di retorica dello status quo, per uscire dalla routine di una dialettica “democratica†stantia con modi radicali, univoci, che costringono le persone a misurarsi con la rabbia radicale e incendiaria di chi non si accontenta, come ha scritto qualcuno, delle “ricettine politiche†– che, anche quando provenienti dalla sinistra più radicale (ammesso e non concesso che esista, in Parlamento), sono in sostanza complici di un trasversale e ahinoi comune progetto politico inteso alla trita conservazione dell’esistente.
D’altra parte, accanto a tutto ciò vi è a mio avviso la decisa, esplicita volontà di “vendicare†– simbolicamente o meno – Carlo Giuliani. Sono balzate agli occhi, inequivocabili, le scritte: all cops are bastard, polizia assassina, e Carlo Vive sulla camionetta dei carabinieri in fiamme. In esse si scorge un retaggio ben definito, l’intenzione di saldare il conto di 10 anni fa. Quando la polizia era tutt’altro che remissiva. Benché il padre di Carlo ieri sull’Unità abbia forse non a torto ravvisato in questo l’ipocrita intenzione di giustificare le “malefatte†con la scusa di Carlo.
Tantissimi infatti i commenti negativi sulla “linea morbida†delle forze dell’ordine, complimenti delle istituzioni a parte, che meno male che ci sono stati i disordini, così hanno potuto esprimersi nei comunicati stampa in modo salvificamente elusivo rispetto al cuore del problema (come Berlusconi, che evidentemente non sapendo cosa dire, ipocritamente si è complimentato coi poliziotti, gli stessi che poi a buon diritto si lamentano dei tagli che recheranno in calce la sua firma).
Una cosa è certa: se non li hanno fermati non è perché non erano in grado di farlo, ma perché non volevano farlo. L’inerzia della polizia, penso che sia studiata. Si sapeva da tempo che sarebbe stata una manifestazione “diversa†e i primi, inequivocabili prodromi degli scontri non hanno portato ad alcuna (facile) reazione delle forze dell’ordine. La mia ipotesi è che dietro questa scelta ci sia lo stesso retaggio che ha mosso – in parte – i “neri†a provocare e attaccare (simbolicamente o meno) la polizia, cioè: Genova. La “brutta figura†(eufemismo, nda) di allora, ha comportato a mio avviso la necessità di rivedere l’immagine delle forze dell’ordine, screditate e giustamente molto criticate per le assurde scelte di Genova. E questa ipotesi è, sia pure in parte, confermata dalle opinioni degli agenti su un forum: alcuni parlano, significativamente, di “sindrome di Genovaâ€.
Cambia dunque il registro. Non più bestie feroci. Ora agnellini.
Ipotesi a parte, in conclusione credo che nel complesso la manifestazione di sabato non abbia espresso che un disperato e variegato tentativo di trovare la forma di comunicazione più incisiva del disagio, con l’intenzione, credo, unanime, di cambiare formula rispetto alla “solita protestaâ€.
La maggioranza lo ha fatto col classico corteo e slogan forse poco creativi, con l’intenzione e la consapevolezza, però, di realizzare qualcosa di nuovo – “occupando Romaâ€, per inaugurare una nuova dialettica politica, e magari discutere proprio di questo: della formula. Cosa che poi non ha potuto fare. Altri, con la violenza.
Ora serve una terza via. Un approccio incisivo, nuovo, che esca dalla dicotomia corteo/violenza, per ricomprendere la costruttività del primo e la risolutezza della seconda, in modo possibilmente pacifico.
Come e se si evolverà questo tentativo, lo vedremo nei prossimi mesi.
Denise Celentano
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