Il Calcio per gli italiani è come la messa della domenica: un rito che viene celebrato almeno 4 volte al mese.
E come per le liturgie settimanali, arrivano dei momenti che non è sbagliato definire più importanti di altri come Natale, Pasqua, ecc. Lo stesso avviene per il tifoso di calcio che ogni domenica va allo stadio a supportare la propria squadra del cuore. Così, come avviene per i più assidui fedeli che festeggiano il Santo Natale come un momento di enorme gioia, anche per il tifoso quelle domeniche particolari, scandite da lunghe attese in preda di quel mix micidiale di ansia, impazienza ed eccitazione, diventano dei momenti in cui gioia e dolori vengono amplificati all’ennesima potenza.
Tutto questo avviene in particolar modo quando in calendario è previsto un derby.
In Italia, nei vari campionati dalla Serie A fino ai dilettanti, sono previsti una marea di Derby che possono essere divisi secondo un criterio geografico, come Torino – Juventus (stessa città), o Reggina Messina (città diverse ma cmq accomunate dalla lotta per la supremazia sullo Stretto) o secondo un criterio basato sulla rivalità storica come avviene per il Derby d’Italia tra Inter e Juventus.
Ma c’è un Derby nello scenario calcistico italiano che risalta più di altri: il derby della Capitale tra la Roma e la Lazio.
Mi è stata gentilmente regalata l’opportunità di assistere a questo straordinario evento sportivo e, pur non tifando per nessuna delle due squadre in questione, ho comunque provato delle emozioni fortissime che difficilmente dimenticherò.
La partita che tutti i romani attendono si è disputata domenica 16 Ottobre alle ore 20 e 45 nell’incredibile cornice di uno degli stadi più belli d’Italia: lo stadio Olimpico di Roma.
Ho sempre seguito il calcio con partecipazione ma non mi sono mai dichiarato un “tifoso Sfegatato”. Ciò non toglie che le imprese della mia amata Reggina e le vittorie poderose della grande Inter degli ultimi tempi mi abbiano donato nel corso degli anni delle sensazioni e delle emozioni che solo lo sport può e sa regalare.
Prima di raccontare la partita di Domenica sera è giusto ricordare che il giorno prima la Capitale era stata lo scenario di cruenti scontri tra alcuni “finti manifestanti” e le forze dell’ordine a seguito di quella che doveva essere una manifestazione pacifica con manifestati provenienti da tutt’Italia e che, invece, si è trasformata in una vera e propria guerriglia urbana provocando un enorme paura a tutte quelle persone, cittadini romani e non, che volevano semplicemente far sentire la propria voce e ribadire i propri diritti e che invece hanno dovuto assistere inermi all’escalation di violenza che ha distrutto alcune parti della città con danni per un ammontare di quasi 5 milioni di euro.
Dunque il clima del Derby, che solitamente è già teso di per se, in questa occasione lo era ancora di più.
Ore 16 e 30: sono giunto allo stadio con oltre 4 ore di anticipo assieme alle persone che mi hanno invitato all’evento Cristiano e Chiara. Cristiano è un tifoso sin dalla più tenera età e ha frequentato lo stadio per molti anni quindi conosce molto bene sia il mondo calcistico che la vita del tifoso. Per Chiara invece, come per me, è la seconda volta all’Olimpico. La mia prima volta fu un Roma – Reggina nella stagione 2002- 2003 ma questa è un’altra storia.
Arrivati ai cancelli d’ingresso troviamo una folla di tifosi già pronti a sostenere la propria squadra i quali, alla vista di Cristiano, si lanciano in saluti e abbracci per colui che fino a qualche tempo fa era un “fratello di Curva”. La curva in questione è la Sud.
Ore 18:00: Dopo un oretta e mezza di attesa tra commenti, cori, sfottò e anche dei briefing tecnici per preparare al meglio la coreografia, finalmente si aprono i cancelli e inizia ad avvertirsi una certa tensione nell’aria già all’ingresso dell’Olimpico.
Dopo i consueti controlli di routine iniziamo a salire la scalinata che porta alla Sud.
Ore 18 e 15: Salgo l’ultimo scalino e lo scenario che mi si presenta d’avanti è a dir poco stupendo. Uno stadio illuminato a giorno già abbastanza pieno di tifosi e carico di emozioni per un evento che ben presto scoprirò esserem più di una semplice partita di calcio: “é il Derby della Capitale”.
In quel momento mi rendo conto di non essere semplicemente in uno stadio di calcio per seguire un match tra due squadre qualunque. Sono a Roma, nella città più Bella d’Italia, nel celeberrimo stadio Olimpico a vedere uno degli scontri calcistici più famosi. A confermare quanto detto finora nei giorni successivi, il derby della Capitale in questione è stato definito “Hollywoodiano” dal Messaggero in quanto è stato trasmesso in 150 Paesi collegati in diretta e visto da oltre 2 miliardi di telespettatori.
Per la seguente mezz’ora rimango imbambolato quasi in preda a una specie di sindrome di Stendhal davanti a questo spettacolo e nonostante cerchi in qualche modo di riprendermi, la vista che ho sotto i miei occhi è forte ed emozionante .
Ore 19 e 50: Dopo aver seguito attentamente le direttive impartite dai vari capi Ultrà alla marea di tifosi intenti a riempire fino all’ultimo seggiolino l’intera curva, decido che quello è il momento migliore per chiedere qualche informazione storica. È così che vengo a sapere da Cristiano delle varie vicende storiche legate al Derby, degli innumerevoli aneddoti che lui stesso racconta con grande trasporto, di tutti i suoi riti scaramantici pre-partita, della storia della sua amata squadra, dei buffi e folkloristici soprannomi appioppati alle persone più conosciute e più assidue della curva alle quali poco alla volta riesco a dare un volto, nonché delle recentissime notizie riguardanti l’imminente scontro previsto nella serata.
Ore 20 e 15: Ormai i cori e gli sfottò più crudi che come di consueto oltrepassano i limiti della decenza, rimbalzano senza sosta da una curva all’altra. E Io non faccio altro che sorridere nell’udire determinate frasi ed esternazioni in puro stile romano che si susseguono senza sosta chiedendo ogni tanto qualche piccola traduzione. Nel frattempo il boato che prima aveva accompagnato l’ingresso in campo dei giocatori per il consueto riscaldamento si ripete nel momento del rientro negli spogliatoi.
Ore 20 e 30: Inizia la coreografia della curva che prevede una fitta schiera di bandiere dalle dimensioni ciclopiche disposte a semicerchio e sventolate senza sosta fino all’inizio della partita. La curva opposta risponde con un intreccio di colori bianco e blu e un enorme “bocca della verità” disegnata al centro.
Ormai la tensione è al limite della sopportazione e anche io, che tecnicamente non dovrei sentire il peso della partita come chi mi sta accanto, avverto una forte agitazione. Mi giro verso Cristiano e vedendo il suo volto tirato e affaticato dalla stanchezza (per scaramanzia è rimasto in piedi per oltre 5 ore) mi rendo conto che nonostante tutto, lui è ancora li con gli occhi fissi sul campo e, probabilmente angosciato ed eccitato allo stesso tempo, non vede l’ora di vedere questa partita e supportare la propria squadra dando fondo a tutte le sue energie, urlando a squarciagola con la forza che solo la passione riesce a darti.
In questo turbinio di stati d’animo diversi che, per quanto mi riguarda passano dalla curiosità alla trepidazione per l’imminente Big match, improvvisamente irrompe la voce dello speaker che annuncia le formazioni. A dire il vero la formazione della squadra ospite è stata solamente e velocemente accennata suscitando così l’indignazione dei tifosi romanisti, mentre quella della squadra di casa è stata magicamente supportata da alcune animazioni sui maxischermi. Ma d’altronde il derby è anche questo: alla lotta fisica in campo tra le due squadre si aggiunge sempre una estenuante e martellante lotta psicologica volta a sminuire e sbeffeggiare l’avversario. Sbeffeggio che solitamente si protrae sempre fino al successivo derby.
Ore 20 e 45: Mi ritrovo avvolto in una nebbia giallo-rossa provocata dai fumogeni e allontanata in parte solo dal continuo sventolio dei bandieroni. In questa cappa ovattata la magia del derby si sprigiona in tutta la sua potenza, al punto che, accecato dal fumo bicolore e dagli enormi drappi che danzano ormai all’unisono in un moto continuo ed uniforme, mi perdo il fischio d’inizio tanto atteso e i rispettivi primi 30 secondi di partita.
Al 4° del primo tempo, Osvaldo su assist di Pjanic sblocca il risultato e porta la Roma in vantaggio. Non ho avuto il tempo di realizzare l’accaduto, che attorno a me l’intera curva è esplosa e nel tripudio generale sono volato due seggiolini più giù. Ho fatto fatica a barcamenarmi in mezzo alla folla che spingeva in tutte le direzioni e a stento sono riuscito a tenere la mia compagna Chiara egregiamente sostenuta da suo fratello Cristiano. Questo avviene in tutte le curve d’Italia ma in questa occasione particolare l’entusiasmo è stato davvero dirompente. Tutto il primo tempo è stato un tripudio di gioia, urla, cori e grida di incitazione mentre i dirimpettai della curva opposta piombavano in un silenzio irreale. Solo qualche azione pericolosa della squadra di casa ha momentaneamente quietato di prorompenti tifosi ospiti.
Ore 21 e 48: ricomincia il secondo tempo e nonostante il gol di vantaggio la tensione sui volti dei tifosi romanisti è incredibilmente maggiore. Nemmeno l’intervallo è servito a placare gli animi e far rilassare i tifosi che, da esperti del settore, sono pienamente consapevoli che la partita finisce solo al triplice fischio. Questa soddisfazione momentanea celata dalla paura del pareggio viene bruscamente interrotta al 6° del secondo tempo quando Kjaer commette un fallo da rigore e viene espulso. Il rigore può diventare la gioia o l’incubo più grande per ogni tifoso. Infatti dopo qualche secondo di confusione è chiaro a tutti che la Lazio ha la possibilità di segnare.
Il gol di Hernanes gela la curva romanista. Ora, ottenuto il pareggio laziale e con oltre 40 minuti da giocare in un uomo in meno, la paura fa capolino sui volti dei tifosi ospiti.
Ma nonostante questo la curva risponde bene e attacca continuando ad incitare la propria squadra. Purtroppo alcune decisioni arbitrali sbagliate smuovono gli animi dei romanisti che non nascondono più la loro rabbia. Tutto ciò si evince anche da alcune piccole scaramucce al quale si assiste sugli spalti. Piccole inezie a confronto con la guerriglia del giorno prima esplosa per le strade della Capitale.
A 30 Secondi dalla fine la Squadra di casa dopo un attacco continuo alla porta avversaria riesce a segnare con Klose il gol della vittoria. L’incubo, la paura di tutti i tifosi romanisti, la situazione beffa che solo il calcio riesce creare si è concretizzata.
Perdere una partita fa sempre stare male ogni vero tifoso. Perdere al 93° equivale al peggiore torto o sopruso mai subito. Perdere al 93° contro la tua acerrima nemica, la tua nemesi, la squadra che più di tutti arrivi a odiare, è un affronto insopportabile che quasi sfocia in un vero e proprio dolore fisico. Un dolore che ti verrà ricordato dai propri avversari in ogni occasione fino a che un nuovo derby non verrà a fare giustizia decidendo un ulteriore vincitore e quindi, un altro sconfitto.
L’uscita dallo stadio Olimpico ha un che di surreale. Il silenzio che accompagna i tifosi Romanisti è rotto solo da qualche sirena della Polizia e dai passi delle persone che lentamente svestono i panni del tifoso e si avviano mestamente verso le proprie case.
Nonostante il risultato ostile alla squadra ospite, ho avuto l’occasione di poter conoscere questi tifosi e la loro splendida curva. Una curva come tante in Italia ma con una forte, fortissima passione che la anima.
Ma quello che più di tutti mi ha dato da pensare non sono stati i simpatici sfottò, o gli insulti più beceri, o i vari striscioni. Questi sono elementi che caratterizzano tutte le curve del Mondo. Quello che davvero mi ha colpito è che la fortissima passione di cui parlavo prima, che spinge tutte quelle persone a stare ore e ore in piedi, a perdere la voce e a vivere ogni azione della partita con incredibile trasporto quasi come se dalle sorti del match dipendessero le proprie vite, si trasforma in un unico e potentissimo sentimento che unisce ogni singolo elemento all’altro: l’Amore per la Roma!
Un Amore che, sono pronto a scommetterci, ho riconosciuto su moltissimi volti in quella curva.
Ho cercato di raccontare un bellissimo evento al quale ho avuto la fortuna di partecipare. Da aspirante giornalista ho cercato di essere imparziale visto che l’ho vissuto dal lato di una delle due squadre e non di tutti e due (non me ne vogliano i laziali). Ma le emozioni che ho cercato di raccontarvi sono state vere ed intense e sfido chiunque a rimanere imparziali di fronte a tale spettacolo.
Forse mi sono lasciato trasportare troppo o forse troppo poco, fatto sta che il Derby della Capitale non è e non sarà mai una semplice partita soprattutto per chi ,come Cristiano (e come lui tanti altri), a Roma ci è nato e ama incondizionatamente sia la propria città che la propria squadra, Lazio o Roma che sia.
Carmelo Spanti
PS: Si ringrazia Cristiano Gorgoni per la disponibilità, la simpatia e l’affetto dimostrato nei miei confronti e sopratutto per avermi regalato , non solo il biglietto, ma anche l’onore e il piacere di assistere a una partita del genere con lui, facendomi capire quanto sia forte l’amore che prova per la sua “MAGGGICA” Roma.
PS2: Si ringrazia Chiara Gorgoni per avermi accompagnato in questa bellissima esperienza, che altro non è se non un tassello di quella più grande avventura che si chiama Vita e che spero di poter vivere con lei al mio fianco.
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