“Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio”
Giuseppe Garibaldi, Lettera ad Adelaide Cairoli, 1868
Il 17 Marzo 1861 nasce il Regno d’Italia, 150 anni dopo ci ritroviamo a festeggiarne il compleanno con più voglia di soffiare sul fuoco che sulle candeline, per riaprire un capitolo di Storia che nell’Italia contemporanea sembra esser stato scritto da una prospettiva univoca. In questo clima di festeggiamenti si inserisce un’iniziativa ‘controcorrente’: mentre ovunque si elogiano i vantaggi dell’esser oggi tutti insieme appassionatamente un Paese unito (Non ridete!), il 19 Agosto al Rifugio Marrappà si è tenuto l’incontro Brigante se more, organizzato dall’Enoc-Lab E20 ed Agorà delle Sensazioni, in collaborazione con alcune associazioni operanti sul territorio. L’evento apre una finestra sul fenomeno del brigantaggio, troppo spesso declassato a mera espressione di banditismo ingiustificato e mai affrontato nella sua reale dimensione ed entità. A far da cornice la mostra “All’ombra dell’Unità”, strettamente legata al fenomeno del brigantaggio ed alcune testimonianze del patrimonio culturale del Museo della Seta.
L’intento fondamentale della conferenza-dibattito su “Briganti: Tutta un’altra Storia!” è, come ci è stato spiegato dall’ideatore Filippo Sorgonà, quello di riappropriarsi delle risorse culturali ed identitarie in diretta sinergia con il territorio; di ritrovare l’autenticità ed origine della nostra Storia oltrepassando gli usi ed i costumi ormai assimilati, nonché quei modelli sociali e culturali importati che rendono la nostra città una città ‘virtuale’, non più capace di vivere di se stessa. L’invito è a prender coscienza che la tutela e lo sviluppo di un territorio passano attraverso noi stessi, da qui la necessità di creare una rete, una strategia comune fra le associazioni operanti per la promozione del territorio stesso. Brigante se more si propone come ‘numero zero’ di una serie di eventi che possano portare alla costituzione di un museo e all’ideazione di un festival sul tema.
Fra i relatori Giuseppe Spinelli del Centro Studi di Educazione Ambientale per l’Area Mediterranea, che ha aperto il suo intervento commentando l’articolo apparso l’11 Agosto c.a. sul Corriere della Sera in cui lo Stato ha porto le sue scuse per il massacro di Pontelandolfo del 14 Agosto 1861, proposto dalla storiografia ufficiale per un secolo e mezzo come esempio di debellazione del brigantaggio. Dopo un breve excursus sull’origine storica del fenomeno, approdato in Italia dalla Francia da cui è stato importato il modello operativo dall’esperienza delle Rivolte della Vandea e, in seconda istanza anche il modello repressivo adottato dai commissari della Convenzione Nazionale, passato alla storia come le Noyades de Nantes e trasformato nel 1863 nella Legge Pica, la conversazione è proseguita con un dettagliato quadro economico-sociale sullo stato del territorio al momento dell’unificazione. Il dibattito è proseguito con la disamina di Nicola Casile su come i provvedimenti economici attuati nell’appena nato Regno d’Italia abbiano avuto come conseguenza immediata un’emorragia di forza lavoro costretta a cercare altrove nuove fonti di sussistenza, in seguito alla chiusura delle fabbriche al Meridione; non per niente uno dei motti più noti del brigantaggio fu proprio ‘O brigante o emigrante’.
Spesso si tende a considerare erroneamente il brigantaggio come un fenomeno sociale marginale, non solo nella sua valutazione storica, ma anche nelle conseguenze che ancora oggi una buona parte della popolazione italiana continua a pagare. Il motto ‘O brigante o emigrante’ non è morto con l’ultimo brigante, è quella dolorosa scelta ancora attuale con cui molti devono confrontarsi: restare o andar via da questa terra, laddove restare significa scendere a compromessi improponibili.
Tornando all’auspicio di Sorgonà di riuscire a creare un fronte comune fra le associazioni, perché si punti più sulla qualità degli eventi che sulla quantità, ci auguriamo anche noi di poter assistere in un futuro prossimo ad iniziative atte a ridare dignità ad un territorio già culturalmente precario.
A tal fine faccio un piccolo appello personale: credo che nessuno di noi abbia realmente il dono dell’ubiquità e dover costringere un’utenza già di per sé limitata (simu sempr’i stessi…) a dover scegliere quale evento seguire sia un suicidio per chi opera in àmbito culturale; quest’estate come non mai abbiamo assistito a giornate totalmente vuote ed altre in cui le iniziative si sovrapponevano. Mi appello dunque al buon senso delle varie associazioni perché si guardino intorno e riconsiderino originalità e qualità come presupposti di base per la buona riuscita di eventi futuri, lontano da quelle logiche egoistiche e meramente economiche di cui a pagarne le spese è sempre questa stessa nostra terra.
Letizia Cuzzola
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