La 68ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia si è conclusa anche quest’anno tra polemiche, entusiasmi e premiazioni inaspettate.
A rappresentare la Calabria, due registi già conosciuti e apprezzati dalla critica internazionale. Ricordiamo la loro partecipazione al Torino Film Festival (Il canto dei nuovi emigranti) e quella alla 50 ª edizione del Festival dei Popoli (Amabile Azzurro). Loro sono Felice D’Agostino e Arturo Lavorato.
In Attesa dell’Avvento, questo il titolo del corto con il quale hanno concorso e vinto a Venezia nella Sezione Orizzonti, speciale sezione internazionale dedicata al cinema di ricerca, si è distinto e ha ottenuto il riconoscimento ufficiale della giuria, per avere “esplorato i lati oscuri delle politiche passate e le cruciali implicazioni sulle incertezze del presente”.
Un lavoro preparatorio alla realizzazione di un lungometraggio che affronterà il tema del Risorgimento con una chiave di lettura contraria alle versioni ufficiali.
Tre le date che ricorrono nell’opera: 1861-1971-2011. Centocinquanta anni di avvenimenti e di ricordi che riaffiorano nella memoria della gente del sud. Gente alla quale, ed è opinione sempre più diffusa, l’Unità d’Italia non ha apportato miglioramenti, anzi si può dire che la situazione del sud, a partire da quella data, sia addirittura peggiorata. Non a caso i due registi dedicano la vittoria a Nicola Zitara che sui temi del Risorgimento e del meridionalismo, si è da sempre speso. Il sud si trova oggi schiacciato da un sistema economic
o sempre più avviluppato nelle spire del fenomeno mafioso e si configura come una vera e propria colonia interna.
E mentre l’Italia festeggia e celebra i centocinquanta anni della sua unità, molti come Felice e Arturo si chiedono, in fondo, quanto ci sia da festeggiare.
A seguire riportiamo l’intervista fatta ai due vincitori.
Come nasce In attesa dell’avvento?
Nasce come cortometraggio-studio del lungo che da un pò di mesi, insieme ad alcuni dei nostri paesani e compagni di lotta, stiamo faticosamente cercando di scrivere. Un film che ha per soggetto l’ Unità d’ Italia ovvero, per prendere in prestito le parole di Carlo Alianello, scrittore fondamentale nella nostra ricerca storica, “La conquista del sud”.
Cosa rappresenta per voi il Premio Orizzonti ?
Il riconoscimento di un percorso politico-estetico che da anni ci sta portando a raccontare la nostra Terra e i nostri compaesani. Raccontare la Calabria per noi è molto importante, in quanto risponde alla necessità intima di elaborare i motivi che ci hanno catapultato fuori da essa. Crediamo molto nella nostra gente e riteniamo sia opportuna una riflessione collettiva utile al fine del riconoscimento dei drammi vissuti in quanto popolo calabrese.
Quali registi seguite con interesse?
Sicuramente tra i nostri riferimenti ci sono J.L.Godard, J.M. Straub, Theo Anghelopoulos, Werner Herzog, solo per citarne alcuni. In Italia tanti “maestri” dell’underground degli anni ‘70. Uno su tutti Tonino De Bernardi. Poi il “nostro” Vittorio De Seta insieme a Di Gianni, Cecilia Mangini, Lino Del Fra e buona parte dei registi cosiddetti post-demartiniani.
Si può fare quello che fate ai vostri livelli rimanendo in Calabria?
Se ci si allunga in meravigliose contorsioni, come rami nel fitto del bosco per cercare luce, la risposta è si. Basti pensare al regista Tommaso Cotronei, che pur rimanendo a Dinami, ha esportato il suo lavoro, nei migliori festival internazionali. Più che possibile, pensiamo sia necessario. Dalle esperienze quotidiane traiamo la linfa indispensabile affinchè le nostre radici si fortifichino e penetrino sempre più nella terra che ci sostiene.
Quale ruolo vuole e può avere il documentario in uno scenario come quello contemporaneo?
Il documentario, in tutti i periodi in cui il cinema sembrava ristagnare negli acquitrini delle grandi produzioni incatenato ai dogmi e alle costrizioni delle sceneggiature, ha sempre contribuito a rivoluzionare i linguaggi e le forme. Basti pensare a quello che è stato il Neorealismo in Italia o la Nouvelle Vague in Francia, che dal “fare cinema in modo documentario” presero moltissimo. Non parlerei di documentario, termine nato da futili esigenze di mercato per ghettizzare una forma di cinema molto pericolosa, quanto piuttosto di cinema che si confronta direttamente col reale.
Figuriamoci il ruolo che può avere oggi dove il paradigma audiovisivo generalizzato e generalista è costituito da fiction televisive e talk show. Può davvero essere un elemento dinamitardo e rigenerante della nostra condizione. Di spettatori e quindi di cittadini.
Teodora Malavenda
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