L’Italia sta dissipando un patrimonio scientifico-culturale inestimabile. Lo fa ogni giorno, ogni volta che un ricercatore italiano va all’estero ad esercitare la sua professione.
La tematica della fuga dei cervelli viene riproposta dai grandi media ciclicamente senza però mai dare spazio ad una qualunque delle tante questioni che sono causa e conseguenza della fuga dei migliori ricercatori italiani. Di solito si leggono generalizzazioni e giudizi dispiaciuti senza particolari approfondimenti, al massimo si legge di qualcuno che ha avuto successo ma il punto di vista proposto è più quello umano/personale piuttosto che quello sociale. Queste persone, si intende, per la maggior parte delle volte sono cittadini normalissimi che si sudano i loro titoli di studio con passione e, spesso, con un’enorme voglia di assolvere ad una missione che va oltre il mero discorso professionale.
Non è un caso che, secondo quanto pubblicato dal Rapporto Italiani nel mondo 2010 della Fondazione Migrantes, la maggior parte dei ricercatori italiani sia emigrato perchè nel paese che lo ha accolto poteva avere libertà di esprimersi al meglio nei suoi progetti di ricerca e perchè si è trovato in un paese che intende sviluppare determinati filoni di studio strategici. Pochi impegni burocratici e buon salario fanno il resto.
Più della metà dei ricercatori italiani all’estero ha una posizione permanente e quasi nessuno lavora su fondi legati a singoli progetti; quasi sempre i nostri cervelli sono a libro paga direttamente delle università e dei centri di ricerca che li assumono. Questi raccolgono i frutti della buona preparazione scolastico-universitaria che il nostro paese offre godendosi i benefici in termini economici e di prestigio internazionale. E, intanto, la ricerca in Italia a causa dei provvedimenti degli ultimi governi va praticamente a rotoli ed invecchia mostruosamente. Secondo un’indagine del 2006 l’età media degli insegnanti universitari era di 52 anni circa. Praticamente gli insegnanti di ruolo alle università italiane nel 2006 erano gli stessi del 1985 e in buona parte sono gli stessi anche oggi, nel 2011. Una cosa mostruosa. Le conseguenze sono ben visibili nella “valorizzazione” delle risorse scientifiche che crescono nel nostro paese e che esercitano la professione altrove. Tra le principali ragioni che hanno spinto i ricercatori a fuggire all’estero, infatti, non può che esserci la difficoltà nell’ottenere un lavoro adeguato alla propria professionalità. Poco hanno influito, si afferma nel rapporto della Fondazione Migrantes, gli accordi bilaterali e gli incentivi alle migrazioni qualificate che lo stato italiano ha stipulato nel corso degli ultimi anni.
Le conseguenze di questa emorragia sono, dice il Rapporto: “una perdita di stock nazionale per la scienza e la tecnologia che, se non viene compensata da un guadagno sotto forma di numero corrispondente di ingressi o di rientri, danneggerà inevitabilmente l’economia del paese d’origine“.
La bilancia scientifica (ovvero il saldo della scienza esportata meno quella importata) del paese è, insomma, in netta perdita e la causa è principalmente “la scarsa disponibilità di lavoro nel settore scientifico, che ormai non riguarda solo il lavoro stabile, ma anche quello su fondi di progetto“. Non se ne esce, “è logico, per chi intende dedicarsi alla ricerca, cercare opportunità di lavoro all’estero” in quei paesi dove vengono garantite buone prospettive di ricerca, lavoro, soddisfazioni personali e collettive.
I numerosi drammi culturali e sociali che possono scaturire da una situazione del genere hanno tutti una gittata temporale di medio-lungo raggio e si faranno sentire sonoramente anche in ambito economico non solo per lo spreco di risorse utilizzate per formare i futuri ricercatori dei centri esteri e non solo per gli sprechi che derivano da una scarsa apertura nei confronti delle semplificazioni e dei miglioramenti tecnologici: una popolazione docente di oltre 50 anni d’età media preoccupa anche perchè arriverà un momento in cui i pensionati saranno troppi e i neoassunti troppo pochi per coprire le perdite…
L’ambito della ricerca rischia seriamente di diventare una nicchia per pochi intimi (peggio se privati) che si spartiscono i finanziamenti pubblici. Cosa che devasterà le casse dello stato e la sua credibilità internazionale e, cosa ancora peggiore, contribuirà in maniera decisiva a spodestare definitivamente quella visione del mondo per cui attraverso lo sviluppo delle conoscenze si può cercare di immaginare e costruire una vita e un paese migliore per tutti.
Alessio Neri
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