Venerdi 19 febbraio si è tenuto presso il Palazzo della Regione un convegno nazionale dal titolo “La Sfida: far vivere paesaggi e biodiversità”. Ero presente, per capire e sentire un po’ di pareri e opinioni su una tematica tanto interessante e cruciale in questi anni.
Si è svolto proprio in corrispondenza dell’anno della biodiversità, e vi hanno partecipato alcuni importanti esponenti della comunità scientifica nazionale sia in campo biologico (ecologi, botanici, zoologi) che paesaggistico (architetti, pianificatori).
Coordinata dall’Ente Parco Nazionale d’Aspromonte, l’iniziativa è durata l’intera giornata, con una discreta partecipazione soprattutto di esponenti di dipartimenti universitari e associazioni ambientalistiche ed escursionistiche presenti sul territorio.
Punto di partenza per le riflessioni, il decimo anniversario della Convenzione Europea sul Paesaggio.
Ad aprire le sessioni e gli interventi è stato il presidente dell’Ente Parco, Leo Autellitano, che prendendo spunto dal core dell’incontro, ossia la biodiversità, ha poi allargato l’orizzonte della discussione.
Partendo da un accorato invito alla cautela e al buon senso, alla luce delle tante specie che quotidianamente scompaiono nel pianeta a causa dei cambiamenti climatici e dell’incauta azione antropica, ha immaginato un futuro prossimo in cui rischieremo di essere tutti un po’ più poveri e un po’ più tristi, poichè alla perdita di biodiversità corrisponderà una reale perdita di benessere.
Subito dopo è stata la volta di Silvano Toso dell’ISPRA, il quale ha posto il problema relativo alla gestione e alla conservazione della fauna. “Oltre a norme, leggi e attenzione per le aree protette” ha detto Toso, “sarebbe auspicabile una maggiore e nuova attenzione per la fauna fatta di norme, analisi, inventari.”
Le aree protette molto spesso non dispongono di strumenti efficaci per monitorare e gestire la fauna, soprattutto se si tratta di specie delicate, come da noi il cinghiale. Occorrerebbe invece porre maggiore enfasi sulle dinamiche e gli andamenti delle popolazioni soprattutto in relazione a interventi umani come la caccia.
L’attività venatoria infatti, secondo Toso, se svolta e concepita in maniera eco-compatibile (…), potrebbe rappresentare un vantaggio per gli ecosistemi e per la biodiversità, un po’ come la selvicoltura che utilizza gli alberi e nel contempo migliora i boschi e permette loro di mantenersi nel tempo.
“Ma putroppo a volte ogni Parco viaggia su binari differenti” dice Toso, così che è difficile convergere in politiche di pianificazione serie ed efficienti.
Ha posto anche il problema del rapporto tra fauna selvatica ed agricoltura, a dire il vero molto sentito in parecchie zone montane e non.
A spostare l’attenzione sugli aspetti botanici e floristici, in particolare su quelli della zona aspromontana, è stato invece il professore Pietro Pavone.
Dopo un’introduzione sulla situazione della nostra montagna, dotata di un’insospettabile diversità di specie, soprattutto endogene, ha posto l’accento sulla necessità di conservazione.
In Aspromonte ci sono 1745 taxa spontanee, 39 taxa nuove, 103 nuove segnalazioni. Ma sono sparite 234 specie, mentre 70 taxa sono state introdotte accidentalmente.
Durante il terziario l’isolamento genetico ha favorito la speciazione, e solo in seguito i movimenti di persone hanno favorito scambi, arricchimento e contaminazioni.
Ma i cambiamenti climatici (sui quali nessuno degli esperti per fortuna ha mostrato perplessità…a volte accade), potrebbero avere effetti sulle piante più gravi di quanto potremmo immaginare: basti pensare che un aumento di temperatura di un solo grado impedisce la germinazione dei semi.
Ha illustrato infine il lavoro delle banche di germoplasma presenti in Italia, utili soprattutto per la conservazione ex situ di specie endemiche, al fine di una loro eventuale reintroduzione (rinaturalizzazione) in zone in cui potrebbero scomparire.
Ma l’intervento che più ha catalizzato il mio interesse, forse perché meno formale degli altri, forse perché l’unico ad uscire dal tracciato della moderazione che caratterizzava gli altri, è stato quello del professor Marco Bologna dell’Università di Roma Tre, il quale, senza l’ausilio della fredda presentazione PowerPoint, ha esordito puntualizzando che il termine biodiversità inizia ad essere troppo inflazionato, e come spesso accade in questi casi, si corre il rischio che venga svuotato dei suoi reali contenuti.
Ha specificato infatti che non esiste un solo tipo di biodiversità, ma almeno tre: quella genetico-molecolare, quella specifica e quella eco sistemica.
E dunque c’è da interrogarsi su quale di questi tre aspetti meriti maggiore attenzione, dato che le interrelazioni sono notevoli e la complessità degli ecosistemi è strettamente dipendente dalle specie che in essi vivono e che ne garantiscono la funzionalità.
“E’ interesse prioritario conservare le specie o gli ecosistemi?” si chiede lo zoologo, il quale critica la funzione dei parchi e delle aree protette quando queste strutture sono finalizzate a conservare solo delle isole felici, statiche, senza connessioni e continuità. Anche la tanto nota rete ecologica, quel continuum di aree di particolare interesse (i Sic e le Zps), rischia di non svolgere alcuna funzione positiva se la pianificazione continuerà ad agire in questa ottica di “salvaguardare tanto per salvaguardare”.
“Bisogna invece passare dalla conservazione descrittiva alla conservazione attiva”. E’ questa una delle velate provocazioni messe in campo dallo studioso, il quale ricorda anche che gli imperativi sono “deframmentare” e “connettere” ecologicamente gli ecosistemi.
Non è mancato un accenno alle catastrofiche prospettive in uno scenario di cambiamenti climatici, le cui conseguenze maggiori sarebbero a carico delle popolazioni e delle specie.
Successivamente, dopo pranzo, si è passati a trattare il tema del paesaggio, sempre legato alla biodiversità, e a farla da padrone in questo caso sono stati i multifunzionali architetti, ormai capaci di monopolizzare quasi tutti gli ambiti disciplinari (erodendo in certi casi anche spazi di competenze altrui…).
Un approfondito focus sulla Convenzione Europea per il Paesaggio, per poi addentrarsi nella struttura del QTR e della Legge Urbanistica Regionale, mettendo in evidenza un’avanzata situazione di degrado fatto di abusivismo, speculazione ed ecomostri.
Un analisi chiara e approfondita, ma con percettibili influenze da pre-elezioni.
Il convegno si è protratto fino al tardo pomeriggio, tra interventi più o meno interessanti, pause caffè, rinfreschi e ringraziamenti consueti a politici e personalità di rilievo.
In definitiva tanta carne sul fuoco ma nulla di davvero nuovo è stato detto o immaginato, o almeno questo è il commento critico che mi sento di esprimere. Ma si tratta comunque di iniziative utili quantomeno per porre costantemente l’attenzione della gente su aspetti di primaria importanza.
Qualcuno ha fatto notare che, in questi mesi di grande attenzione e allarme per i problemi di dissesto idrogeologico e di fragilità dei territori nell’area meridionale, la priorità ha continuato ad essere lo stanziamento di danaro per il Ponte sullo Stretto di Messina: “…certo, mentre la casa crolla, costruire la piscina non è molto utile…”.
Non sono mancate le iniezioni di fiducia in quel magico concetto che è lo sviluppo sostenibile, quasi a voler ricordarci, nel caso in cui stessimo sognando troppo, che è importante salvaguardare l’ambiente e la sua diversità biologica, ma allo sviluppo e alla crescita non si rinuncia.
Nessuno però ha mai il coraggio di dire che forse le due cose sono inconciliabili.
Salvo rare eccezioni, la linea di pensiero dominante è sempre stata impostata su proposte e idee moderate, mai abbastanza innovative da risvegliare l’attenzione di chi, come me, sperava anche questa volta di non ritrovarsi al solito convegno formale-accademico.
Nicola Casile
Tag: aspromonte, biodiversità, convegno, leo autelitano, paesaggio, parco



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