Gentile Presidente,
come è facile capire dal nome di questo sito internet, chi le scrive è un ragazzo residente a Reggio Calabria – ma che vive fuori città ormai da un po’ di anni per motivi di studio (prima) e di lavoro (adesso).
Le scrivo la presente motivato soprattutto dall’annuncio del suo arrivo in città il 21 gennaio per dare un segnale forte della “presenza dello Stato” in una delle provincie d’Italia più disastrate e in cui la parte onesta dello stato storicamente ha fatto spesso a meno di palesarsi.
Le scrivo in tutta onestà, non sono mai stato una persona che ha creduto ciecamente nelle istituzioni, tanto meno negli uomini che dedicano la propria vita, e carriera, per raggiungere determinati scranni di potere e di controllo. Non ho mai amato certe posizioni pubbliche e se è così le garantisco che non è una questione di “qualunquismo da partito della pagnotta” ma è colpa vostra, di voi politicanti intendo, caro Presidente.
Non ho mai pensato che a fronte di un torto subito mi sarei rivolto alla malavita. Non l’ho mai fatto e non lo farò mai, è una questione di dignità personale e di educazione familiare. Di quel nucleo familiare che mi ha dato l’esempio di come chiedere un favore a chi detiene posizioni di potere, invece che rimboccarsi le maniche, sia una sorta di sconfitta personale. Allo stesso modo in cui mi è stato insegnato a rispondere delle mie azioni e ad assumermi la responsabilità di ciò che faccio, nel bene e nel male.
Quella stessa famiglia ha rappresentato e continua a rappresentare il mio unico stato sociale. L’unica “organizzazione” che si prende cura di me, non solo dal punto di vista emotivo e affettivo ma anche dal punto di vista dei servizi per vivere una vita dignitosa che questa società non mi mette a disposizione. E, come non li mette a disposizione a me, non lo fa nei confronti di nessun altro. Se ho potuto studiare fuori dalla mia città per anni è merito dei miei genitori e non dello stato. Quei genitori che da giovani hanno studiato tanto pur venendo da famiglie il cui tasso di povertà economica e culturale era decisamente alto e se sono riusciti a farlo è stato per merito di strumenti, come il pre-salario per esempio, che lo stato gli ha messo a disposizione e che adesso non esistono più. Quello stato che, oggi giorno, con la palese scusa di “avvicinare le istituzioni accademiche al mondo del lavoro”, consente che dei datori di lavoro possano usufruire delle intelligenze e del tempo di centinaia di migliaia di giovani senza offrire nulla in cambio se non sfruttamento. E questo è un torto che lo stato compie nei nostri confronti e su cui noi, legalmente, non possiamo farci niente.
E si, caro Presidente, proprio di sfruttamento si tratta perchè se davvero le istituzioni vogliono avvicinare i giovani al mondo del lavoro devono anche mettergli in mano le responsabilità dovute e necessarie, ovvero quelle che derivano dall’avere uno stipendio mensile da imparare a gestire e che gli possa consentire di maturare esperienza non solo nel fare fotocopie ma soprattutto nel responsabilizzarsi di fronte al fisco e di fronte a quel mondo dei consumi di cui, evidentemente, non si può fare a meno in questa società ma che contribuisce pesantemente a danneggiare la terra su cui camminiamo e l’aria che respiriamo.
Vorrei che fosse chiaro che le righe appena scritte non sono farfalleggiamenti della fantasia distorta di un giovane semi-viziato, ma i dettami della Costituzione della Repubblica Italiana che all’Art. 36, che non ho dubbi che lei conoscerà benissimo, dice:
“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sè e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.
La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.
Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.”
Questo genere di sfruttamento, cui ho accennato, non è molto diverso (se non altro perchè entrambi sono funzionali all’accumulazione non distribuita di risorse economiche) da quello che i nostri “amabili e onesti” concittadini hanno perpetrato, e continuano a perpetrare lontano dai riflettori, nei confronti di migliaia di giovani e giovanissimi africani e cittadini non italiani che nella Piana di Gioia Tauro raccoglievano arance e mandarini, tra i più buoni al mondo, per una paga da fame e senza un minimo di rispetto della loro dignità umana e sociale.
Tutti sapevano e tutti sanno, caro Presidente, la situazione di certe realtà. Personalmente non conosco i nomi dei diretti responsabili di questi crimini contro l’umanità ma certamente posso riconoscere nell’indifferenza della popolazione locale “onesta” e nella palese connivenza delle istituzioni locali e nazionali buona parte della colpa. Se esiste e impera quella che, nel 1857, un cantastorie siciliano (Lionardo Vigo) chiamava “malarazza” la colpa principale è di chi la tollera e, pur avendone i mezzi, non la combatte.
Vede Presidente, lei si appresta a tornare in città dopo pochi mesi da una sua precedente visita. Probabilmente riempirà le pagine dei giornali di tante belle parole e di tanta retorica che lascerà il tempo che trova e che, senza alcun dubbio, verrà condivisa da tutti gli esponenti politici locali e nazionali, molti dei quali responsabili indiretti (e anche diretti) della situazione disastrata di questa provincia.
Secondo l’Art 87 della Costituzione il “Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale”. Ma lei ha anche il comando delle Forze armate e presiede il Consiglio Superiore della Magistratura. Mi chiedo, quindi, in che modo lei, massimo rappresentante dello stato italiano, possa presentarsi nella nostra terra solo dopo che raggiungono la visibilità della cronaca nazionale alcune vicende legate al sistematico malaffare che governa buona parte della vita sociale di questa provincia.
Se non vivessi in questo mondo, leggendo la Costituzione del nostro paese insieme alla notizia del suo ritorno in città penserei ad una sorta di sbarco in Normandia dei giorni nostri; quasi un assalto delle “forze buone” dello stato che abbiano l’obiettivo di estirpare un male incancrenito che ha la sua origine nel cuore delle splendide montagne aspromontane. Uno sbarco, magari al porto di Gioia Tauro (o in uno di quei numerosi “porticcioli turistici” mai terminati che hanno devastato le nostre coste), che punti a riacquisirne il controllo in nome della Costituzione e dell’onestà del vivere civile.
Invece, so già che non sarà così.
Per lei, signor Presidente, verranno ripulite ed asfaltate strade. Le stesse strade che i cittadini, grazie ad un sicuro sistema si amicizie e sub-appalti, raramente vedono sistemate a dovere. So già che le sue parole lasceranno il tempo che trovano fin quando non si prenderà la briga di rompere i soliti protocolli e cerimoniali per recarsi nelle case di chi, nello stato che lei rappresenta, non può usufruire di un servizio di acqua corrente e potabile degno di questo nome; per recarsi a parlare, lontano dagli occhi indiscreti dei mass-media, con chi prova ad avviare una ditta nell’ambito dell’edilizia. Si faccia raccontare a quante gare d’appalto riesce anche solo ad accedere – con la quasi certezza che, senza le giuste amicizie, non avrà speranza di vincerne neanche una. Oppure, provi a farsi raccontare come funzionano i concorsi per diventare primario di un ospedale qualunque della provincia o magari ad assistere alle discussioni di gruppi di amici che sognano di avviare un’attività propria e che, nelle loro discussioni, non possano fare a meno di considerare il fattore paura. Chieda questa paura da cosa deriva.
Caro signor Presidente, lei è l’unico che davvero può non avere paura di certe realtà. Lei ha la possibilità di avere le migliori scorte del nostro paese e può essere protetto dai migliori servizi di intelligence che l’Italia ha a disposizione. Deve, e ripeto deve, essere lei a porsi come capofila nella lotta alla criminalità organizzata che in Calabria si chiama ndrangheta, dovrebbe essere il suo ruolo costituzionale ad imporglielo. Dovrebbe essere lei per primo ad attirare le mire violente e arroganti di questi selvaggi dei tempi moderni perchè lei è l’unico che oltre ad avere il ruolo simbolico di rappresentante massimo dello stato ha a disposizione i migliori strumenti di difesa possibili.
Non si può pensare che dei semplici cittadini possano porsi come unico baluardo nei confronti dell’arroganza mafiosa perchè quei semplici cittadini non hanno la possibilità di difendersi, perchè se gli viene bruciata l’automobile o il negozio questi è destinato solo a subire. Se salta in aria il suo bar o il suo negozio e con caparbietà deciderà di continuare nella sua vita normale, non ci sarà nessuna scorta che lo proteggerà da nuovi soprusi, da nuove minacce e da nuovi pericoli. Pericoli reali, signor presidente.
Immagino che lei, o chi per lei, potrà rispondere che a fronte di queste situazioni bisogna denunciare alle autorità competenti. Sarei d’accordo in linea di massima e probabilmente io lo farei, ma questo implica smettere di lavorare dignitosamente, finire di garantire ai propri cari un’esistenza serena e libera. Credo che non sia difficile per lei riconoscere la cruda veridicità di quanto appena scritto.
Detto questo, le chiedo apertamente (anche se so che difficilmente leggerà queste righe) di assumersi la sua responsabilità e, se è vero che è il suo lavoro e il suo compito quello di rappresentare e difendere lo stato, il suo monopolio del’uso delle armi e la sua capacità di far rispettare le leggi, allora deve scendere in strada signor presidente, in prima fila. Io non le chiedo l’uso delle armi ma le chiedo gesti non esclusivamente simbolici e assolutamente non retorici.
Le chiedo, per esempio, di andare al liceo scientifico “Piria” di Rosarno, farsi dare lo striscione con su scritto uno slogan di sana e giovanile (forse anche innocentemente ingenua) speranza anti-mafia – accompagnato dal solo simbolo della Repubblica Italiana – che alcuni ragazzi e ragazze volevano esporre ad una manifestazione, in quel paese, qualche giorno fa, e che sono stati costretti ad arrotolare di nuovo da alcuni figuri che non pagheranno mai per aver tappato le “ali” della speranza di un futuro decente e a casa propria a dei giovanissimi compaesani. Quello striscione fatto arrotolare con il potere dell’arroganza ha il valore simbolico di un tricolore italico ammainato dal nemico che ha occupato il territorio dello stato che lei rappresenta.
Se davvero vuole dare un segnale forte e deciso, come le dovrebbe competere, lasci stare le frasi di circostanza di cui siamo stanchi e stufi e di cui non ci fidiamo più. Prenda in mano la situazione, Presidente, vada a srotolare quello striscione con le sue mani di fronte alle abitazioni di quei malandrini che rovinano la vita dei nostri paesi (e che sicuramente i magistrati che lavorano in quei territori sapranno indicare), li guardi in faccia e si faccia vedere in faccia come fanno tutti coloro che vivono tutti i giorni il territorio e che cercano in tutti i modi di stare lontani da certe logiche senza, però, abbandonarsi alla complice e colpevole indifferenza in cambio di una vita, per quanto possibile, tranquilla.
Non so se lei riuscirà a dare un segnale tanto forte e deciso. Sono certo, però, che se lo facesse tante persone che, non completamente a torto, sentono che lo stato non è dalla loro parte potrebbero incominciare a farsi venire i primi dubbi e questo si che sarebbe davvero un primo passo per provare a cambiare qualcosa!
Chiedo scusa per la lunghezza di questa “lettera” ma l’incomunicabilità tra la sua figura istituzionale e la cittadinanza non può che stimolare sfoghi di così tanta lunghezza.
Sperando in una piacevole sorpresa, le porgo i miei più calorosi saluti.
Un cittadino che non ha ancora perso la speranza e che non si è ancora abbandonato all’indifferenza.
Alessio Neri
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Tag: calabria, mafia, napolitano, ndrangheta, presidente, reggio, Repubblica, Rosarno
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