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Mostre romane. Tra Macro ed Ex Gil

ReggioCalabria News - Cultura Reggio Calabria
Scritto da Il Fatto Online   
Mercoledì 07 Dicembre 2011 11:16

Roma-GalleriaNazionaleRoma - Dal 26 ottobre al 21 dicembre 2011, la Galleria nazionale d’arte moderna sarà chiusa al pubblico per il riordinamento delle collezioni del XIX e del XX secolo. Nel corso del 2011, la Soprintendenza ha avviato un progetto di nuovo allestimento, un radicale riordinamento delle collezioni che torneranno visibili al pubblico dal 21 dicembre 2011.

 Così, mi metto a sedere qualche minuto sui gradoni che scendono da Villa Borghese, verso piazza Thorvarldsen. Una foglia d’autunno si  ferma sulla mia spalla, vicino al colletto disordinato della camicia, stropicciato dal sonno intermittente prima in aereo, poi sul treno per il centro di Roma. Volteggiano larghe, molli e umide le foglie dei tanti alberi, tante sono le specie botaniche implicate in questa mutazione del paesaggio che non saprei nominarne se non pochine pochine, ahimè. Un ragnetto risale la mia coscia, forse lo stesso da cui mi credevo liberato a Palermo, nel parcheggio di Punta Raisi. Chissà.

Mi domando se non sia il caso di recensire, talvolta, le città d’arte nella loro interezza, più che gli eventi da queste ospitati. Per monitorare, attenzionare, per sapere se ben lavorano.

 E’ una giornata bellissima. Un sabato mattina, che l’anno muore assai dolcemente. E L’Italia cerca riscatto.

 Leggo l’ultimo Carofiglio. Racconta una Capitale fin troppo intimista, con ambientazioni da provincia del Nord Italia, atmosfere insolitamente raccolte per luoghi noti ai più come caotici, veri e propri suk. Non mi soffermo. Preferisco, quest’oggi, semplicemente scoprire, se c’è qualcosa di nuovo nell’aria, per le strade, stimoli, sensazioni,etc. Cammino leggero. Roma si dischiude a ogni passo col placido sorriso dei quartieri residenziali, tradendo l’ambiguità fonetica intercorrente tra “beato†e “beota†(suggerirebbe Stefano Bartezzaghi, autore del libro “Come dire? – Galateo della comunicazioneâ€). Stragrande, Roma straoffre, mostra decisamente poca qualità e coerenza, per via di una blanda confusa inorganica selettività. Puntualizziamo: sarà per via di pochi curatori straprivilegiati?

 Passo dalla Feltrinelli di Largo di Torre Argentina, quasi una tappa d’obbligo. Entro.

Non compro e non sfoglio nulla. Potrei assaporare in anticipo i cataloghi ufficiali degli eventi che sto per seguire, potrei preparare il mio sguardo a qualche visione d’Asia. Ma desisto. Esco.

Mia moglie, rimasta in Sicilia, mi cerca sul telefonino: lunghe lamentele, equivoci su tutto, che non mi va di districare più di tanto, tanto sono radicati in  lei che non mi preoccupano ormai. Semmai è mio figlio a mettermi in apprensione, temo che fin dal suo primo esistere possa scorgerci, svelati nei nostri conflitti irriducibili, nell’autentica verità quotidiana, squallida se operante su dialettiche solidamente convenzionali. Ecco cosa leggo stamane in città: nitidi i conflitti di sempre, banali, e tanta roba e tanti nomi, spesso direi pure generici, che non sono nulla, se non elenchi di operatori del settore cultura, senza poetica né umanità; intuisco rapporti con culture estranee affrontati convenzionalmente da manager senza speciali conoscenze o sincere curiosità.

Achille Bonito Oliva cura una delle mostre ai padiglioni del Macro, a Testaccio, “megagalatticamente esoticaâ€.

“La grande astrazione celeste – Arte cinese del XXI secoloâ€. Barbarie. Artisti “balbuzientiâ€, ci provano, male, in ritardo, accecati dalla fretta del passato che si fa storia dimenticandosi di una generazione d’artisti da dimenticare. Appunto.

“Beyond the east†(curata invece da Dominique Lora), tutta un fiorire di contemporaneità indonesiane, non è da meno, cioè non è nulla di meglio rispetto a quanto visto nel padiglione dirimpetto.

Quanta arroganza, in questi artisti, cibatisi al trogolo della comunicazione di massa, che tutto ignorano sulle grammatiche del moderno, e s’aggirano monchi tra il cagnesco e l’asinino.

 “Vie della seta†con un programma di 11 mostre - che spaziano dalla storia all’archeologia, dall’arte contemporanea all’attualità - e con un calendario di conferenze ed eventi, dedicati a quei Paesi del Medio ed Estremo Oriente che, fino al XIII secolo, in sostanza fino ai viaggi di Marco Polo, hanno costituito un mistero per l’Europa, avrebbe potuto fare il mondo e non l’ha fatto, non agendo agito sul dialogo in alcun modo.

 

Sensibilità verso l’arte contemporanea, innovazione, promozione culturale internazionale, rilancio del talento del nostro territorio: questi appaiono come i motivi trainanti di “Digital Life 2â€.

Presso lo spazio espositivo dell’Ex-Gil, un piccolo gioiello  di architettura razionalista, la Regione Lazio e Roma Europa, presentano un’altra collettiva, l’ennesima inefficace, in cui Marina Abramović, tra gli artisti di maggior richiamo, non sembra quella che pensava di continuo al mondo conosciuto “immaginandolo come un sassolino incastrato nel tacco di una scarpa di una grossa signora cosmicaâ€: avrebbe dovuto fornire una buona dose di linfa vitale, ma tant’è: si rappresentata e basta, si cita, icona di sé stessa anemica, epurata dal copioso sangue che in Rhytm 10 era  sgorgato,  al Museo d’arte contemporanea di Villa Borghese, nel lontanissimo, diciamolo pure, 1973. Quale corpo come medium, quale medium, quali inquietudini!

Fin dagli esordi, Marina Abramović, artista concettuale serba, aveva scelto il proprio corpo come oggetto della sua arte, mettendosi in gioco e indagando i confini estremi della resistenza fisica e psicologica.

Oggi sussurra alla body art: “io ti ho dato la vita e negandoti, relegandoti, ti do la morteâ€. I fatti dicono questo. Marina parla chiaro, tradendosi nei suoi silenzi fotografici. Inciampa. Si perde.

 

“Schermocrazia o Dittatura dell’immagine†nel linguaggio al tempo dell’emoticon?

Semplicemente, robetta, e volterei pagina senza offendere nessuno, nessuno tra l’altro avrebbe il diritto di offendersi, ne avrebbero potestà i visitatori, in generale poco considerati. Per la buona riuscita di un evento non basta una buona storicizzazione a suon di comunicati stampa.

 

Eppure, in fondo, una lucina smaliziata, s’offre all’osservatore attento: il buon (bravo) Giuseppe La Spada, siciliano, vincitore di un Webby Awards, propone cose, e già questo lo mette una spanna sopra i colleghi contestualmente esposti, riprese video e fotografiche effettuate in apnea con reflex digitale dotata di scafandro in alluminio. Accarezza, con una tecnica complessa e vitale, la sensibilità: con lavori discretamente emotivi suggerisce delicate empatie, al limite con un sentimentalismo per nulla stucchevole, rinnova l’attenzione per l’uomo naturale, che ama come respira.

 

Per maturata sfiducia nelle sovrintendenze in genere, inserite in processi complessivi in caduta libera, finanche dalla Sovrintendenza Gnam temo vanaglorie e agonie; suggerisco: venite pure amanti della bellezza a visitare Roma, fatelo per le antiche pietre, per i vecchi film che la vedeano diventar miraggio di felici modernità inattese.

 

 

 

 





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