LOCRI – Conferma al PM De Bernardo che sta scontando una condanna in regime di 416 bis Domenico Novella. In carcere dal novembre 2005, ha deciso qualche mese dopo di collaborare con la giustizia raccontando quanto sapeva alla magistratura. E tra le dichiarazioni rese vi è anche il riferimento ai presunti mandanti ed esecutori dell’omicidio di Salvatore Cordì, ucciso a Siderno nel maggio 2005. Al lutto che si è tenuto a casa della vittima prima dei funerali, Novella avrebbe udito Guido Brusaferri e Salvatore Dieni affermare che Antonio Cataldo, nipote del capo famiglia Pepè Cataldo, avrebbe chiesto - con il tramite di Antonio e Salvatore Panetta - il consenso alla famiglia Curciarello affinché l’omicidio si compisse a Siderno. Dei Curciarello, il collaboratore dice solo che in quel momento erano in lotta con i Commisso e che questi ultimi erano amici dei Cordì. Proprio un membro della famiglia Commisso che Novella non sa identificare avrebbe avvertito Salvatore Cordì del possibile attentato a cui andava incontro. Notizia a cui la vittima avrebbe comunque dato poco peso continuando a passeggiare quotidianamente per le vie della cittadina sidernese in compagnia del fratellastro Oppedisano.Nel processo che vede imputati Antonio Panetta, Antonio Martino e Michele Curciarello - accusati dell’omicidio di Salvatore Cordì - in corso davanti alla Corte d’Assise di Locri, presieduta dalla dott.sa Monteleone, Novella collegato in videoconferenza da una località protetta e di spalle rispetto all’obbiettivo, ha oggi confermato questa ricostruzione dei fatti. Dichiara di appartenere alla cosca Cordì di Locri il collaboratore, ma di non essere mai stato battezzato ‘ndranghetista. Semplicemente parente e automaticamente appartenente alla consorteria mafiosa di famiglia. “Bastava camminare insieme, frequentarsi, avvicinarsi, per entrarne a far parte”, aggiunge. “Io facevo parte del sottogruppo insieme a Dessì Antonio, con cui condividevo il ruolo di responsabile, Scali Alessio e Audino Domenico. Però a prendere gli ordini era Dessì. Brusaferri e Dieni gli davano indicazioni” Ma anche Dessì secondo lui non era stato battezzato ‘ndranghetista. “So che Antonio e Salvatore Panetta appartenevano al gruppo dei Cataldo, il lotta con i Cordì. Dopo la morte di Salvatore Cordì, ho saputo da Dessì che Dieni e Brusaferri stavano organizzando l’omicidio di Antonio Cataldo e per questo lo pedinavano.” Brusaferri avrebbe riferito anche che ad attentare alla sua vita davanti alla caserma dei Carabinieri di Locri sarebbero state le stesse persone implicate nell’omicidio Cordì. La conversazione tra Brusaferri e Dieni a casa Cordì sarebbe durata circa 15 minuti. Alla lunga serie di domande poste dal difensore di Antonio Panetta, avv. Mammoliti, e dagli altri difensori, avvocati Mazza, Albanese e Maio il collaboratore ha risposto con molti “non so” e “non ricordo”.
Non frequentava molto il fratellastro della madre, Salvatore Cordì, conosce di vista Antonio e Francesco Cataldo e Antonio e Salvatore Panetta. Non ricorda se ha scritto una lettera al PM durante la sua collaborazione. Lettera però presente nei fascicoli degli interrogatori e resa disponibile alla corte dalla difesa. Appunti in cui Novella mette nero su bianco ciò che sa. E in quelle righe non cita Antonio Panetta che in dichiarazioni successive è invece presente all’incontro voluto da Antonio Cataldo, dai Curciarello. Contraddizione quest’ultima su cui lavora la difesa di Panetta. Non ricorda molto del funerale, solo che c’era tanta gente. Non conosce molto Oppedisano Domenico e neanche Vincenzo Cordì. Così come non conosce Pepè Cataldo, ritenuto dagli inquirenti a capo dell’omonima cosca locrese. Dice di averne sentito parlare, ma non ricorda in che termini. Al termine del dibattimento, la difesa di Antonio Panetta ha chiesto l’acquisizione di tutte le foto scattate dalla Polizia durante il funerale di Salvatore Cordì (su circa 350 foto sarebbero state consegnate alla difesa solo una cinquantina, secondo la difesa) e degli eventuali video in possesso dei Carabinieri di Locri e l’acquisizione degli eventuali abbonamenti a quotidiani locali che Novella avrebbe avuto durante il periodo di detenzione a Cuneo.

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