Le parole del titolo citano la chiusura della premessa del “Rapporto Ecomafia 2010“, realizzato da Legambiente analizzando numerose fonti e rapporti ufficiali legati ai reati ambientali a 360°.
“La criminalità ambientale è un’impresa che non conosce crisi”, basti pensare che in un periodo congiunturale critico per tutti i settori dell’economia legale, nel 2009 il ricavo complessivo dei crimini ambientali si aggirava intorno ai 20 miliardi di euro. Una cifra degna di una legge finanziaria di un grande paese europeo.
Numerosi sono i capitoli di entrata nel bilancio delle ecomafie. Sono anche sempre più numerosi gli ingressi presso le celle delle prigioni italiane di denunciati per reati ambientali.
Nel 2009 c’è stato un incremento del 43% degli arresti rispetto all’anno precedente. Si tratta, però, ancora di bazzecole dato che è impensabile immaginare che 316 persone (gli arrestati per reati ambientali) in tutta Italia possano organizzare un business così elevato. L’incremento di arresti è un buon segnale per quel che riguarda l’aspetto repressivo del fenomeno, storico nelle regioni a tradizionale incidenza mafiosa, perchè accompagnato dall’aumento di infrazioni e persone denunciate. A livello nazionale, il primato dell’illegalità ambientale spetta a quei fuori classe della Campania che, da soli, contribuiscono per oltre il 17% al crimine ambientale tricolore. La Calabria si trova terza in classifica alle spalle della Campania e del Lazio, vero outsider del rapporto 2010. La mole di reati ambientali accertati su suolo calabrese è di 2.898 unità pari al 10,1% del monte infrazioni in Italia.
La provincia più attiva in questi termini è Cosenza, giunta quarta nella classifica nazionale per provincia. Piazzamento poco lusinghiero (scegliete voi da quale punto di vista) è il settimo posto della provincia di Reggio Calabria: 634 infrazioni accertate pari al 2,2% delle infrazioni nazionali totali.
Dicevamo, un fenomeno che non conosce crisi e che rimane arzillo grazie alla collaborazione tra le famiglie mafiose e i loro “insostituibili ‘compari’ nel mondo dell’imprenditoria, delle professioni, e sin dentro le istituzioni pubbliche”. Questi soggetti nocivi e altamente cancerogeni continuano ad accumulare ricchezze distruggendo l’ambiente e la salute delle persone.
Le modalità per arricchirsi ai danni dell’ambiente sono numerose. Il rapporto di Legambiente cerca di esplorarle tutte. Facciamo qui di seguito solo una brevissima schematizzazione di quelli che sono i principali filoni del crimine ambientale analizzati nel rapporto preso in esame. Con particolare riferimento alla Calabria, di questi temi si parlerà con Claudio Cordova e Giuseppe Baldessarro il 22 aprile all’evento “Più passi Meno impronte“, organizzato dall’associazione LiberaReggio Lab, dalle ore 18.00 presso il Random Food&Music Club, a Reggio.
CICLO ILLEGALE DI RIFIUTI
Torna in auge il mercato globale di rifiuti che passa inevitabilmente dai porti italiani. Sempre più sequestri di rifiuti da parte delle forze dell’ordine italiane avvengono nei porti di Genova, Venezia, Napoli, Gioia Tauro e Taranto. Le merci sono delle più varie e molte potrebbero essere utili ancora grazie a meccanismi di riciclo, si tratta di: plastica, carta, rottami ferrosi e soprattutto spazzatura elettronica (e-waste).
IL CALCESTRUZZO DEPOTENZIATO
Un bollino di origine controllata targato mafia quello del fenomeno del cemento “depotenziato”, ovvero realizzato con materiali e rifiuti di scarto, spesso anche pericolosi, o con illegali proporzioni di cemento-sabbia all’interno della mescola del cemento. Il risultato è quello di mettere a serio rischio la salute e l’incolumità delle persone che vivono o vengono a contatto con costruzioni di questo genere che rischiano di sgretolarsi da un momento all’altro.
IL MATTONE ILLEGALE
Anche questo ambito è tradizionale negli ambienti mafiosi meridionali. Non ne è più una specialità esclusiva in quanto l’abusivismo è uno dei fiori all’occhiello della criminalità di regioni del centro e anche del nord, Lazio su tutte. Comunque il primato per i crimini accertati in questo ambito rimane alla Campania, seguita da Calabria e Sicilia. Un sintomo di questo ambito criminale è il fiorire indiscriminato di grandi centri commerciali e ipermercati anche in realtà territoriali che non possono permetterseli; questo avviene anche perchè il settore economico della grande distribuzione è entrato a pieno titolo nei capitoli di bilancio delle mafie.
Questi sono i capitoli principali del bilancio ecomafioso ma non sono affatto da trascurare tutte le attività legate ai settori del racket degli animali, dell’archeomafia e delle agromafie. Settori che si sviluppano su basi tradizionali e che crescono forti di grandi spazi di azione, anche se in questi ambiti le forze dell’ordine stanno cercando di attuare azioni di controllo e repressive in maniera capillare e repentina a fronte di una estrema diffuzione dei reati.
Quello delle ecomafie è un problema estremamente legato ai comportamenti delle persone. Prendere coscienza del fatto che comportamenti errati possano favorire anche chi attua azioni seriamente pericolose per l’ambiente e la salute pubblica è un primo passo da compiere, ma non può essere sufficiente.
Occorre il concorso di tutte le forze positive per limitare i danni e invertire la tendenza verso comportamenti individuali e collettivi che siano realmente sostenibili e che possano garantire un futuro meno grigio, sporco e contaminato, a noi stessi e alle future generazioni.
Alessio Neri
Fonte:
- Ecomafia 2010, Legambiente
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