Mai se non in situazioni come questa risulta tangibile il fatto, semplice e brutale, che le istituzioni, in fondo, sono fatte da persone. Ogni situazione ha le sue proprie contingenze; tuttavia, quanto accaduto a Genova 10 anni fa non è, al fondo, tanto diverso dai recenti fatti di Chiomonte; dalle umiliazioni aberranti del carcere di Abu Grahib; dal comportamento dei soldati americani in Iraq svelati da Wikileaks (illuminante in questo senso quell’ammazzare a caso delle pedine umane che scappano come topi – ma ai proiettili non si sfugge – sembra un videogioco); dalle morti “inspiegabili” di molti detenuti in Italia e altrove. C’è in simili fatti una matrice comune: il potere del distintivo, l’uso sadico del potere, la disumanizzazione perpetrata dallo Stato.
Lungi da noi operare un generico attacco alla polizia in quanto tale. Sappiamo che molti agenti lavorano onestamente, che la polizia è un modo di tutela dei cittadini. Ma vogliamo riflettere su quanto accaduto 10 anni fa, che purtroppo sconfessa clamorosamente quanto appena detto. Di fronte all’accaduto, non possiamo non chiederci: chi è, in fondo, un poliziotto? Semplicemente, un uomo come gli altri. Che però è legittimato. Una legittimazione che, se incontrollata, se non sorretta da consapevolezza del ruolo e adeguata formazione, può diventare molto pericolosa.
La violenza, sappiamo, è antica come il mondo; eppure i casi menzionati (Chiomonte, Abu Ghraib, ecc) sono accomunati da una caratteristica speciale: quel tipo di violenza è perpetrato da coloro la cui missione consiste esattamente nell’arginarla. E’ allora che la vittima incappa in un tunnel spaventoso: alla violenza subita non si può sfuggire semplicemente “chiamando la polizia”. Come dice il giornalista Guadagnucci, direttamente coinvolto nei fatti della Diaz, chi dovrebbe difenderti diventa allora il tuo aguzzino.
Mentre scrivo, immagino il sottofondo infernale dei tonfi dei manganelli, picchiati nei corridoi della Diaz da poliziotti in procinto di aggredire indistintamente tutti, sempre per il principio della colpevolezza collettiva – una contraddizione in termini, uno schiaffo al diritto – descritti fra l’altro da Lena Zulik, ragazza che come gli altri in quella scuola pacificamente ci dormiva, e per questo picchiata a sangue: trascinata per i capelli, presa a calci; bilancio: costole rotte, perforamento dei polmoni, perdita di coscienza.
Di tutto questo, uno degli episodi che mi sono parsi più emblematici è il teatrino del saluto romano imposto ai giovani nel carcere di Bolzaneto, così come la violenza psicologica e fisica, facile e vile perché perpetrata tra sbarre e mura lontane da occhi indiscreti. La responsabilità individuale, già negata a monte alle vittime, si dissolve di nuovo dall’altra parte della “barricata”: insulti, violenza verbale a sfondo sessuale, cattiveria morbosa e compiaciuta, sono realizzati premendo il volto dei malcapitati verso il basso – non sia mai che vedano i responsabili, che, evidentemente, sapevano benissimo quello che stavano facendo. Quel bestiame inerme di comunistelli va sistemato con le armi subdole dell’umiliazione: fascisti di terz’ordine col distintivo possono divertirsi con giochi pesanti, ideologici e violenti, in un’orrida miscela di machismo e sadismo (che equivale a fascismo), contro persone la cui colpa è ancora da provare, ma per le quali la punizione arriva prima di ogni processo – punizione che anche la presenza effettiva della colpa non avrebbe ovviamente giustificato in quelle modalità – in un sovvertimento radicale dei principi fondamentali del diritto di uno stato democratico.
Quando gli uomini si riuniscono sotto il tetto di un’istituzione che ne legittima l’operato, il rischio di usare questa legittimità e questo potere per esternare le pulsioni più abiette di violenza e rivalsa sull’altro – debole solo in quanto privo di questa legittimità, solo in quanto privo del beneplacito istituzionale – è forte. La dinamica del carcere di Bolzaneto ricorda il noto “Effetto Lucifero” descritto da Philip Zimbardo, come esito del famoso esperimento della prigione di Stanford, in cui si simulava la vita all’interno di una prigione, con partecipanti assegnati casualmente al ruolo di prigionieri o carcerieri.
Da psicocafe.blogosfere.it: “9 studenti di college, sani, intelligenti, di classe media e psicologicamente normalissimi divennero spietati aguzzini ai danni di altri 9 studenti come loro, in soli 5 giorni. L’unica cosa che servì a determinare questa imprevedibile trasformazione fu la creazione di un contesto favorente: una prigione simulata”.
In gruppo, nella legittimità, sembra che gli individui – anche i più impeccabili, i più “normali” – siano capaci del male più cruento.
Tuttavia, il tentativo di dare una spiegazione psicologica all’assurdo, benché auspicabile e comprensibile, non deve conferire un’aura di “giustificabilità” alle dinamiche di crudeltà dei violenti. Il rischio c’è ed è importante tenerlo presente: effetto lucifero o meno, dalle responsabilità, non azzerabili o riducibili al gruppo, sempre in prima istanza individuali, non si può astrarre. Lo ha descritto bene Hannah Arendt, nel suo Responsabilità e giudizio[1]. Riferendosi al nazismo, riconducibile secondo molti ad una colpa collettiva del popolo tedesco e alla conseguente necessità di una “sospensione del giudizio”, la grande pensatrice smentisce: la responsabilità è sempre e solo personale. L’innegabile grandezza del diritto consiste, secondo Arendt, nel fatto che «esso ci costringe (…) a focalizzare la nostra attenzione sull’individuo, sulla persona, anche nell’epoca delle società di massa, un’ epoca in cui tutti si considerano (…) ingranaggi di una grande macchina…» (Alcune questioni, pag.48). Non ci stancheremo mai di dirlo, perché ci sembra che su questo terreno si giochi, fra l’altro, la comprensione della gravità di quanto accaduto.
…continua…
Denise Celentano
foto murales Alessio Neri
[1] H. Arendt, Responsabilità e giudizio, Einaudi, Torino, 2004


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