… II parte …
Lo stesso Guadagnucci[1] ci ricorda che alcuni mandanti delle “spedizioni punitive” della Diaz risultano, ad oggi, addirittura promossi. Come non associare ciò alle dinamiche descritte dal film illuminante, geniale, Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri: di fronte all’evidenza dell’omicidio, il Commissario interpretato da Gianmaria Volonté viene assurdamente incensato e promosso, grazie a inquietanti meccanismi sociali di potere all’interno della polizia, che sovvertono il normale iter promozionale delle gerarchie, che ricorda vagamente il principio dello shhh, non importa, sei dei nostri.
A questo punto si potrebbe obiettare: ma perché si insiste tanto sui poliziotti e non sui black bloc, sui manifestanti violenti?
E’ vero: i cosiddetti black bloc, benché secondo qualcuno, per esempio il filosofo Gianni Vattimo, siano un’ “invenzione della polizia”, adottano una strategia di protesta improntata allo scompiglio e alla distruzione - una strategia che nelle forme è deprecabile, che però sembra quasi richiesta dal sistema mediatico vigente: senza fuochi, fiamme e vetri rotti gli esiti di ogni manifestazione sfiorano appena i margini della venticinquesima pagina del quotidiano locale. Ma è senza dubbio una forma di protesta vigliacca e infantile, laddove alla provocazione fisica segue uno sparpagliamento che disorienta, e che porta a confondere i pacifici con i violenti: la fuga non è, notoriamente, il massimo esempio di coraggio.
Eppure, è importante insistere sugli errori delle forze dell’ordine, “semplicemente” perché hanno il distintivo e rappresentano lo Stato. Lo Stato che deve essere giusto, per sua natura: un errore della polizia, peraltro deliberato e reiterato, non è paragonabile all’errore di un civile – ferma restando l’imputabilità di quello. Perché la polizia non può permettersi di arridere ai principi fondamentali della democrazia, di cui dovrebbe essere un’emanazione. Perché il compito della polizia è difendere. Non, segnatamente, l’opposto.
In questa luce, i calci e le percosse che hanno subito, per citarne solo una minima parte, Marc Covell, il giornalista Guadagnucci, Lena Zulik, Arianna Subri, sono calci e percosse alla Costituzione, alla democrazia, al diritto, all’etica, oltre che alle persone, nonché al concetto stesso di umanità. La banalità di queste affermazioni deve ahinoi scontrarsi con episodi nei quali finanche simili principi che ci sembravano elementari sono stati capovolti.
Nonostante i tentativi riduzionistici rispetto alla portata dei comportamenti da parte della polizia, le testimonianze sono molte e le prove anche. E’ vero che non si possono condannare in blocco le forze dell’ordine come categoria, in un generico attacco che odorerebbe di qualunquismo. La critica si circoscrive perciò a quanto accaduto – alle persone coinvolte, individualmente responsabili – rispetto al quale la categoria deve prendere in carico l’imbarazzo di comportamenti di molti suoi esponenti che, certamente, avrebbero potuto essere evitati, ma che hanno comunque avuto luogo, e che pertanto non possono essere minimizzati, elusi, o addirittura considerati degni di oblio. Si tratta di un’assunzione di responsabilità su cui, si spera, faranno luce i processi fra quelli ancora in corso, benché la storia non si scriva nei tribunali, come scrive Mantovani nell’incipit del suo libro[2].
Insomma, una presa di posizione come categoria sarebbe stata quanto meno doverosa, tanto più che dopo 10 anni nessuno ha mai chiesto scusa ai ragazzi e alle ragazze che a Genova hanno subito gli ingiusti pestaggi e le umiliazioni di Bolzaneto. E’ vero, tra manifestanti e forze dell’ordine numerose sono state le condanne come le assoluzioni; ma numerosi i casi archiviati, e alto è ancora il rischio di prescrizione per molti reati[3].
Ancora oggi le domande su Genova continuano ad alimentare un dibattito che sembra destinato a proseguire all’infinito: benché i media abbiano la memoria corta, 10 anni non cancellano interrogativi e ferite aperte. Il buco nero che quei giorni di violenza hanno lasciato nella storia dell’Italia, per Amnesty “la più grande sospensione dei diritti democratici, in un paese occidentale, dalla fine della seconda guerra mondiale”, non può e non deve estinguere il dovere di parlarne ancora. Non a caso in tanti hanno deciso di raccontare e documentare quei giorni infernali, di cui oggi ricorre il triste decennale. Tra i libri, “L’Eclisse della Democrazia”[4] di Guadagnucci e Agnoletto, e il già citato “Diaz processo alla polizia” di A. Mantovani ; nonché un film di prossima realizzazione significativamente osteggiato da molti…:le istituzioni non ci fanno una bella figura.
Non dobbiamo dimenticare, in ogni caso, ciò da cui era partito tutto: quegli 8 che decidono per 6 miliardi di persone; quelle migliaia manifestanti tenacemente riuniti, senza timori, per affermare pacificamente il loro dissenso su questa lampante sproporzione, accettata come ovvia dai più.
[1] Ricordiamo, giornalista picchiato nella notte del 21 luglio alla Diaz.
[2] A. Mantovani, Diaz processo alla polizia, Fandango, 2011
[4] V. Agnoletto, L. Guadagnucci, L’eclisse della democrazia, Feltrinelli, 2011

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