
http://www.gazzettadelsud.it – Una riflessione di Francesco Catanzariti sulla Rivolta. Per l’ex parlamentare del Pdci è l’occasione per riesaminare una pagina di storia reggina della quale di recente si è celebrato il quarantennale. «Il 14 luglio – scrive Catanzariti – è una data storica che rimanda alla presa della Bastiglia in Francia, come è stato ricordato anche da Tonio Licordari. Ma a Reggio è la data dell’inizio dei moti. Più che una celebrazione dell’evento c’era e c’è ancora bisogno di un’analisi e un’interpretazione più attenta e approfondita. Ho fatto questa premessa per dichiarare il mio disaccordo con le affermazioni di certi intellettuali e storici (peggio se di sinistra) quando affermano che “non bastò il sogno di 10.500 posti di lavoro a sedare la protesta… e questo perché alla radice della rivolta non c’erano (udite, udite!) ragioni economico sociali”. Non ci sorprende e scandalizza in questo contesto che qualcuno arriva da altre provincie a proporre, in questa occasione, di mettere “il lutto al braccio… per la sede del Consiglio Regionale a Reggio…”. Tutto ciò succede perché non si è tentato di fare un’analisi seria della situazione e delle motivazioni sociali ed economiche vere alla base della rivolta».
Catanzariti allarga il campo di analisi: «Non a caso don Antonino Denisi avverte l’esigenza di dare alle stampe un suo scritto che mette in luce il ruolo (non sempre compreso) della Chiesa in quel periodo. Così come, volutamente o meno, si è incappati in errori di analisi e interpretazioni trascurando il ruolo del sindacato prima e dopo la rivolta. Il sindacato non era stato insensibile a difendere il ruolo, il prestigio della nostra città, le ragioni economico-sociali alla base del profondo malcontento. Ricordo, prima della rivolta, l’agitazione, alla quale il sindacato ha partecipato, per l’istituzione a Reggio della Corte d’appello, la battaglia e le lotte per il superamento delle zone salariali, dei coloni, delle Omeca, di braccianti, gelsominaie, forestali, edili. Lotte e problematiche che denunciavano un forte turbamento del popolo reggino».
Catanzariti prosegue: «A tutto questo si è aggiunta una problematica dovuta alle scelte che dovevano essere fatte per la collocazione nella Regione del capoluogo, dell’Università, del V centro siderurgico. La classe politica calabrese non fu all’altezza del compito perché si lasciò guidare dalle ragioni non nobili del campanile, determinando scelte, a volte, non giustificate neanche storicamente, trascurando ed emarginando ragioni anche di elementare giustizia. Da qui, prima della rivolta, nacque il discorso della “contestualità” per una giusta ripartizione delle scelte, così come venne sancito in una delibera del Consiglio comunale reggino votata quasi all’unanimità. E in questa logica si sono mosse Cgil, Cisl, Uil come è dimostrato dal convegno unitario tenutosi a Vibo il 28 febbraio e il 1 marzo 1970 che ha proclamato lo sciopero generale per i 100 mila posti di lavoro il 15 aprile 1970. Cioè per una politica di sviluppo e di occupazione che interessava e univa tutti i calabresi e in questo contesto andavano risolti i problemi Università, capoluogo, V Centro siderurgico».
«Così come sarebbe giusto ricordare – conclude Catanzariti – la manifestazione a Roma dei calabresi e, soprattutto, dei reggini guidata da noi sindacalisti, tra gli altri Zavettieri, Alvaro, Diano, Chirico (Uil) e Lazzeri (Cisl), conclusasi con la significativa restituzione ad Andreotti della “prima pietra” del V Centro siderurgico non realizzato anche se promesso. Problematiche che, per una giusta interpretazione dei fatti di Reggio e per conseguire uno sbocco positivo meriterebbero degli approfondimenti, ma anche delle autocritiche per non aver creato le condizioni di sbocchi positivi sul piano dell’occupazione e dello sviluppo».


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