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Precari oggi, senza pensione domani: il ruolo del precariato nel sistema previdenziale italiano

ReggioCalabria News - Appuntamenti Oggi Reggio Calabria
Scritto da Libera Reggio   
Martedì 05 Luglio 2011 11:49
Si fa presto a dire che c’è bisogno di un nuovo patto intergenerazionale. La pensione per coloro che si affacciano al mondo del lavoro da qualche anno a questa parte in Italia, e anche in Europa, è un miraggio pressocchè impossibile da raggiungere. Secondo un sondaggio dello scorso aprile, su un campione di 600 laureati/e che non superavano i 35 anni più del 70% degli intervistati era convinto che in futuro l’Inps non avrebbe potuto pagargli la pensione. Negli under25 la percentuale di chi teme di non avere una pensione adeguata è il 77%. I media non ne parlano troppo ma la situazione è abbastanza chiara oltre che criticissima. lo ha confermato nell’autunno 2010 Antonio Mastrapasqua, presidente dell’Inps,...



Si fa presto a dire che c’è bisogno di un nuovo patto intergenerazionale.

La pensione per coloro che si affacciano al mondo del lavoro da qualche anno a questa parte in Italia, e anche in Europa, è un miraggio pressocchè impossibile da raggiungere. Secondo un sondaggio dello scorso aprile, su un campione di 600 laureati/e che non superavano i 35 anni più del 70% degli intervistati era convinto che in futuro l’Inps non avrebbe potuto pagargli la pensione. Negli under25 la percentuale di chi teme di non avere una pensione adeguata è il 77%.

I media non ne parlano troppo ma la situazione è abbastanza chiara oltre che criticissima. lo ha confermato nell’autunno 2010 Antonio Mastrapasqua, presidente dell’Inps, affermando che: “se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati e ai precari rischieremmo un sommovimento sociale“. Chiariamo. Se vi mancano 12 mesi alla pensione potete calcolare l’importo del vostro sudato vitalizio attraverso il sito web dell’ente previdenziale. Lo potete fare tutti, tranne i precari e lavoratori parasubordinati: i lavoratori autonomi per forza.

Ultimamente si legge parecchio di leggi e modifiche al sistema pensionistico: anticipano l’aggancio alle aspettative di vita, diminuiscono i contributi, aumentano gli anni di lavoro e i debiti del sistema previdenziale italiano. La questione è molto complessa. Dunque, per comprendere qual è la posizione dei precari e il loro ruolo nel sistema pensionistico in Italia occorre sgomberare il campo da confusioni adhoc e dalla pomposa nozionistica del mainstream, che offusca più che chiarire.

I precari, i lavoratori parasubordinati non avranno la pensione. Pagano contributi inutilmente o meglio: li pagano perchè l’Inps possa pagare la pensione a chi la maturerà. Per i parasubordinati la pensione non arriverà alla minima, neppure  se nella loro carriera  riusciranno a non perdere neanche un anno di contributi. Diverso sarebbe se dopo 5-10 anni riuscisse, il parasubordinato, a diventare lavoratore dipendente. In tutto questo, il sistema pensionistico in perdita è unanimemente considerato come una delle cause principali del deficit (differenza annua tra entrate/uscite) e del conseguente debito pubblico del paese (ammontare totale dei debiti accumulati annualmente, più interessi).

Andiamo con ordine.

Sin dagli anni 70 in Italia lo stato economico del sistema pensionistico è peggiorato costantemente tirandosi giù anche lo stato del bilancio pubblico del paese. Le cause dell’inizio di questo declino sono molteplici ma tra le principali sicuramente annoveriamo la crisi economica globale dei primi anni ’70 e ad un diffuso sistema di prepensionamenti coatti avuto luogo soprattutto negli anni ’80. Da allora, il sistema pensionistico viene modificato e riformato al fine di controllare (leggi ridurre) la spesa pubblica per pensioni.

Il sistema pensionistico italiano è di tipo contributivo – anche se nell’ultima riforma di settore (cd Riforma Prodi, legge 247 del 2007) del 2007 i criteri base sono stati messi in discussione e in parte scardinati – ed è strutturato secondo il criterio della ripartizione. Questo secondo punto consiste nel fatto che i contributi che i lavoratori e le aziende versano agli enti di previdenza vengono utilizzati per pagare le pensioni dei pensionati di oggi. Dunque, io che lavoro oggi, pago la pensione di chi è pensionato oggi. La mia pensione di domani, la pagherà il lavoratore di domani. In questo contesto sono estremamente significativi i dati sulla sfiducia verso il futuro riportati in apertura del pezzo.

Che il sistema pensionistico sia di tipo contributivo, invece, vuol dire che l’importo della pensione dipende dall’ammontare dei contributi versati dal lavoratore nell’arco della sua vita lavorativa. Questo sistema, chiaramente, può essere organizzato sulla base di molteplici variabili e parametri, come d’altronde è successo dal 1995 (anno del passaggio da sistema retributivo a sistema contributivo, legge 335/95, cd Riforma Dini) in poi. Nel 1995 fu anche introdotto il fondo di gestione separata per il finanziamento delle pensioni dei nuovi assunti con il nuovo sistema pensionistico, fondo del quale fanno parte i lavoratori di questo tipo:

  • gli spedizionieri doganali non dipendenti;
  • gli assegni di ricerca;
  • i beneficiari di borse di studio per la frequenza ai corsi di dottorato di ricerca;
  • gli amministratori locali;
  • i beneficiari di borse di studio a sostegno della mobilità internazionale degli studenti (solo da maggio a dicembre 2003) e degli assegni per attività di tutorato, didattico-integrative, propedeutiche e di recupero;
  • i lavoratori autonomi occasionali;
  • gli associati in partecipazione;
  • i medici con contratto di formazione specialistica;
  • i Volontari del Servizio Civile Nazionale (avviati dal 2006 al 2008);
  • i prestatori di lavoro occasionale accessorio.

Nei sistemi di tipo contributivo, come quello italiano, vi è una forte redistribuzione del reddito dalle fasce giovani (lavoratori) alle fasce anziane (pensionati). Consideriamo però il contesto attuale italiano: 30% di disoccupazione giovanile e incalcolabile è la percentuale di lavoratori con contratti precari, le aspettative di vita degli anziani sono sempre più lunghe e più a lungo bisognerà pagargli la pensione. Calcolando che le aliquote contributive (ovvero la % di stipendio che ognuno paga agli enti previdenziali) di chi fa parte della gestione separata dell’Inps sono in media del 18%, mentre la media dei lavoratori dipendenti classici è del 33% è facile comprendere come ammontare sempre minori di contributi verranno versati con l’aumento dei lavoratori parasubordinati. Questo, insieme alla crescita sempre maggiore della popolazione anziana che riceve la pensione, è senza dubbio una delle cause dell’aumento del pesante disavanzo nel settore della previdenza pubblica. In soldoni chi lavora oggi paga meno mentre le pensioni sono sempre di più, conseguenza: debito in continua crescita. E’ anche e soprattutto per questo che negli ultimi anni si è alzata parecchio l’età minima per la pensione.

Si è cercato di far fronte ad un debito crescente con le solite toppe della politica italiana. Con un sistema previdenziale contributivo l’unico modo per aumentare l’ammontare contributivo è la crescita del PIL, indicatore economico che da una 10ina d’anni in Italia rasenta praticamente lo zero. Come fanno notare gli economisti Tito Boeri, Pierre Cahuc e Samuel Bentolila uno dei lati negativi delle riforme del mercato del lavoro che hanno introdotto la precarietà nei rapporti di lavoro è “la riduzione dell’occupazione associata al calo della produzione considerevolmente superiore nei paesi che hanno attuato queste riforme” come l’Italia, ahinoi! Praticamente si è creato un dualismo del mercato del lavoro in cui esistono dei lavoratori protetti da shock di molteplici origini, i lavoratori a tempo indeterminato, e dei lavoratori sui quali si concentrano tutti i rischi. Questi, guarda che la lungimiranza di progettazione politico-economica, dovrenno versare la maggior parte dei contributi che dovrebbero sostenere le pensioni dei lavoratori entrati “nel mercato” dopo il 1995.

Sempre sul sito lavoce.info, Margherita Borella e Giovanna Segre, hanno elaborato delle proiezioni sulle pensioni (al 2041 circa) di chi è iscritto al fondo di gestione separata ed è entrato nel mondo del lavoro a 25 anni nel 2001. Per gli uomini i calcoli prevedono un ammontare di 747 euro lorde al mese, mentre per le donne la previsione è di 468 euro lorde mensili (livelli da assegni sociali…). Certo, per crearsi queste condizioni occorrerebbe che il lavoratore o la lavoratrice rimangano a vita subordinati ma si spera vivamente che questa condizione si manifesti “solo” nei primi anni di ingresso nel mondo del lavoro. Infatti, secondo i calcoli delle due studiose con solo 5 anni di precariato si può ambire ad una pensione inferiore ad una pensione da (sempre)dipendente dell’8% circa. Una delle cause principali della drammatica condizione prevista per i precari a vita è, secondo Borella e Segre, la bassa retribuzione degli stipendi dei precari in quanto se questi ricevessero un corrispettivo adeguato potrebbero far fronte alla mancanza di contributi versati.

La vera chicca è un’altra però. E oltre ad essere una chicca è anche una truffa legalizzata. Milioni di persone, infatti, pagano contributi previdenziali senza raggiungere il minimo della pensione. Ecco perchè il presidente dell’Inps ha paura dei sommovimenti sociali. Si chiamano “Contributi silenti” ed a pagarli sono soprattutto i soliti precari-parasubordinati.

Sostanzialmente gran parte dei contributi versati dai precari all’Inps rischiano di essere a fondo perduto: se non si raggiungono i livelli di contribuzione minima rischiesti non si ha diritto ad avere una pensione. Anche quando questi superano questi livelli non vanno oltre la pensione minima. Si deduce che versare contributi a vita in maniera precaria e intermittente porta dritti dritti a non avere alcun vitalizio per la vecchiaia. Dopo una vita di lavoro.

Certo, si tratta di casi limite per cui bisognerà aspettare che si compia l’intero ciclo lavorativo per capire se davvero i nuovi lavoratori dovranno lavorare a vita perchè non riceveranno una pensione. Secondo i numeri snocciolati poco fa il rischio di non raggiungere neanche le quote per la pensione minima pesa fortemente sul destino delle donne neo-lavoratrici precarie.

A questo punto, sperando che un po’ di chiarezza sia stata fatta nel descrivere lo stato attuale del futuro pensionistico dei giovani di oggi, possiamo tirare qualche sommaria conclusione sull’influenza del precariato nel sistema pensionistico italico e, magari, provare a proporre una semplice soluzione a quasi tutti i mali.

  1. Il sistema previdenziale italiano ha un debito enorme che cresce costantemente e con esso l’intero debito pubblico del paese;
  2. I giovani sono sempre di meno, quelli occupati sono pochi e molti di essi sono precari, quindi pagano meno contributi (18%) dei lavoratori a tempo indeterminato (33%);
  3. I pensionati sono sempre di più e vivono di più richiedendo più anni di pensione;
  4. L’esistenza stessa del precariato peggiora l’ammontare delle entrate del sistema pensionistico;
  5. Il sistema sarà insostebile, quindi rischia di sparire o di ridursi considerevolmente se nel futuro continueranno a diffondersi forme di lavoro parasubordinato (quando i precari di oggi saranno i pensionabili di domani).

La proposta è una, singola ma molto concreta: abolire la precarietà della vita dei lavoratori para-subordinati prevedendo aliquote contributive per la previdenza e salari in linea con le modalità dei contratti tipici.

L’alternativa? Rileggete le parole del presidente dell’Inps…

Alessio Neri

 

Fonti:
- L’evoluzione del sistema pensionistico in Italia
- Inps
- Il sistema previdenziale, Univ. Siena

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