Lei me lo diceva sempre: “In Sardegna anche se due posti sembrano vicini sulla cartina sono comunque lontani”. Non pareva così fin quando da Barumini nel tardo pomeriggio ci siamo incamminati verso la nostra nuova base sita in un B&B molto familiare (era nella casa stessa dove vive la proprietaria) nel paesino di Arbus. Dopo una strada relativamente tranquilla fino all’abitato di Guspini, gli ultimi 6 km sono stati degni della miglior fatica del giro d’Italia.
Meno di cento km ci separavano dal Nuraghe più grande dell’isola al paese in direzione ovest, poco più a nord della regione industriale (in dismissione con relative crisi economiche e di occupazione) del Sulcis-Iglesiente dove inizia e si sviluppa per decine di km la cosiddetta Costa Verde in cui nelle guide turistiche – a proposito sconsiglio di acquistare “the rough guide” sulla Sardegna se vi piace il mare e volete mangiare bene… i consigli e le informazioni proposte sono di un tipo anglosassone cui pare che piaccia visitare l’isola in stagioni non di mare e del cui buon gusto per il cibo è facile dubitare – si narra di spiagge di rocce e di sabbia magnifiche, talmente simili al deserto da esserlo con tutti i crismi!
Per giungere in questo paradiso è stato necessario inerpicarsi con la nostra ottimissima Peugeot 206 del 2008 sui 6 km di tornanti ripidissimi e completamente bui che portano da Guspini ad Arbus, appunto. Il buio pesto delle strade senza illuminazione, neanche mitigato dalla luce di una luna ridotta ai minimi termini, ha rallentato tantissimo la nostra corsa verso il letto e prima ancora verso un caldo e accogliente pasto.
Ed è proprio qui che ci siamo imbattuti nel primo deserto dei tre da cui prende il nome il titolo di questo capitolo del mio reportage.
Non arrivate mai ad Arbus verso le 9.30 – 10.00 di sera senza aver mangiato o senza avere almeno dei panini a disposizione. Dopo svariati imprevisti con i viottoli paesani, riusciti a sistemarci nella stanza che avremmo occupato solo per una notte, siamo usciti a procacciarci il cibo. Ecco, il deserto. Tutto chiuso. Bar chiusi, pizzerie e ristoranti (2, forse 3, stiamo comunque parlando di un paesino minuscolo) chiusi! Per un attimo ci siamo sentiti come il beduino che finisce l’acqua nel deserto ma per fortuna siamo riuciti a trovare l’unica cucina ancora aperta in un albergo, a pelo, proprio 5 minuti prima della sua chiusura.
Passata indenne la nottata e fatta un’abbondante colazione si parte alla volta del mare, alla scoperta dei due deserti mancanti.
La strada asfaltata che porta al mare è altrettanto difficile da percorrere rispetto alla salita ma alla luce del giorno è tutta un’altra storia. In poco tempo, tra curve e piccoli insediamenti abitativi sorti tempo addietro nei costoni delle colline, si giunge alla vecchia area mineraria di Ingurtosu che fa parte del più ampio “Parco geominerario storico ambientale” della Sardegna. L’isola in passato era ricca di miniere che per 8000 anni sono state sfruttate non solo dalle popolazioni locali ma anche da tutte le dominazioni estere che ne hanno segnato la lunga storia. Ad oggi molti di questi siti sono stati recuperati ed è stata data nuova vita a dei pezzi unici di archeologia industriale offrendoli di nuovo alla collettività inserendoli così in un nuovo contesto produttivo e culturale.
Le miniere e le fabbriche di Ingurtosu, invece, sono ancora lì a portare come un fardello il peso degli anni di dismissione che ne hanno compromesso definitivamente la stabilità e dunque è anche impossibile avvicinarcisi. Questo è il secondo deserto, molto diverso da quello nutritivo della notte precedente e altrettanto diverso dal deserto successivo di cui parlerò a breve.
Niente e nessuno nei paraggi, di rado passa qualche automobile o fuori strada. L’aerea è desolata e il rumore di un ruscello che scorre invisibile sotto una vecchia canaletta in muratura è l’unico suono al di fuori dei nostri passi sulla salita scoscesa formata da resti e cocci depositati lì da chissà quanto tempo.
Questo è un deserto che ricorda però una forte e produttiva vitalità. Non solo economica ma anche sociale e politica. Infatti nei centri abitati della zona non è difficile notare i resti di una comunità di operai minatori organizzati in società di mutuo soccorso e per la rivendicazione dei loro diritti. Presenza sempre più rara quella di queste organizzazioni tra i lavoratori in tutta Italia anche se, in Sardegna, qualcuno che non si dà per vinto rimane… e non sono pochi! Questo non cancella quel forte senso di amarezza che provo ogni volta che assumo la consapevolezza che noi abitanti di questo pianeta, in questo millennio, non siamo in grado di imitare le gesta dei nostri antenati!
Dal complesso di Ingurtosu inizia anche la strada ecologica che dopo alcuni kilometri porta dritti dritti verso l’unico vero deserto europeo. Sabbia finissima, come quella dei deserti africani, che forma delle dune incuneate nella terraferma anche per 3-4 km e che formano nel contatto con il mare spiaggie enormi e sconfinate, comprese di parcheggi ecologici. Per inciso, con ecologico si intende senza cemento o asfalto, solo terra e sabbia battuta.
Il paesaggio è incredibile, sembra di stare in una cartolina del deserto del Sahara! Il mare è splendido e la spiaggia per niente affollata. Esistono solo due baretti che noleggiano anche ombrelloni e lettini ma gli spazi sono così enormi che si sta a centinaia di metri di distanza l’uno dall’altro! Il sole picchia forte e l’arsura di gola in poche decine di minuti diventa pesante. Non si può, però, negare una passeggiata all’interno di questo pesaggio così uniforme ed unico nel suo genere per essere nella parte alta del mediterraneo. A Piscinas è ancora possibile trovare i resti della ferrovia e dei carrelli che servivano a trasportare i minerali estratti da Ingurtosu verso le navi che li dovevano trasportare.
Piscinas è un posto unico per chi non ha mai visto il deserto, qui sicuramente ci si può fare un’idea di come può essere, con la differenza che non sempre il deserto ti offre un mare così bello e limpido!
Ci aspetta un altro bel tratto di macchina da percorrere alla volta della provincia di Oristano dove monteremo il nostro campo base in località Marina di Torre Grande.
Guadiamo in automobile per due volte il fiumiciattolo della zona e ci immettiamo in una panoramica mozzafiato che ci spingerà a nord per qualche decina di km costeggiando la splendida Costa Verde…
Alessio Neri
Ringrazio Giusi per la splendida compagnia, per le guide e la consulenza.
Il reportage:
- Sardegna on the road: “le Maldive non mi vedranno mai”
- Cagliari, parentesi urbana di un’isola rurale
- A spasso per il Campidano
- L’approccio con la costa occidentale e i tre deserti
- I tesori del Sinis
- Panoramicamente verso nord
- Barbagia extremis: Nuoro, il capoluogo
- Barbagia extremis: Bitti e Mamoiada
- I muri, veri banditi a Orgosolo
- Il mare dell’est
- Da Posada ad Olbia ultimi scampoli di paradiso
- Conclusioni
Fonti:
- Michela Murgia, Viaggio in Sardegna. Undici percorsi nell’isola che non si vede, Einaudi, 2008
- The Rough Guide, Sardegna
- Brochure e depliant delle varie località



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