Oggi è il secondo giorno di scontri nella cittadina di Rosarno, in provincia di Reggio Calabria. E proprio al calare della sera arriva la notizia di due lavoratori immigrati gambizzati nel comune di Laureana di Borrello, nella zona dell’accampamento degli immigrati di Rosarno.
Nel continuo rincorrersi della notizia con sé stessa, sembra che stia definitivamente sparendo, risucchiato nel vuoto lasciato dalle urla, quello che è stato l’atto scatenante della rivolta.
Ieri due di questi lavoratori stagionali, di cui uno rifugiato politico del Togo con regolare permesso di soggiorno, sono stati bersaglio di tre ragazzi che a bordo di una macchina, sembra per pura provocazione, hanno esploso vari colpi di pistola ad aria compressa e pallini da caccia. La rabbia che da mesi i braccianti della zona sfumavano nel sudore, nei loro capannoni unti di miseria, condivisi con i topi e patria forse peggiore di quella dalla quale erano fuggiti, ha preso il sopravvento e la prima conseguenza è stato un corteo spontaneo in cui la furia si è accesa in violenza, scatenando la guerriglia urbana di cui tutti stiamo vedendo le immagini in questi momenti.
Purtroppo, come se queste non bastassero a rendere la voragine di degrado sociale in cui la nostra realtà non rinuncia a seppellirsi, si aggiungono frequenti e irrefrenabili, le dichiarazioni tanto fugaci e insignificanti quanto obsolete degli esponenti politici. Non dovrebbe stupire che i più tra costoro abbiano subito spostato l’attenzione sulla ‘ndrangheta, spauracchio quanto più possibile evitato in precedenza ma che adesso sembra quasi una salvezza per professionisti dell’urlo vuoto.
Perché ovviamente di andare a rintracciare i veri colpevoli ed i giusti motivi non se ne parla in un Paese in cui i veri colpevoli comandano e continueranno a comandare proprio in quanto colpevoli, mentre i giusti motivi soffrono della crisi quasi irreversibile dell’ideale a cui si rifanno, la giustizia si voglia politicamente o socialmente.
Dunque esclusi i veri colpevoli ed i giusti motivi, una tipica sceneggiatura minzoliniana prevedrebbe di dover passare ai motivi fittizi, possibilmente i più impensabili. Si parte dal potere pervasivo della ‘ndrangheta per arrivare a dichiarare che la colpa è dell’ “esagerazione di tolleranza”. In un certo senso, lo vedremo, potremmo avallare quest’ultima ipotesi.
La ‘ndrangheta si occupava di braccianti decenni or sono, e benché non abbia perso quella mentalità da pastori con cani da guardia, la situazione che si è creata la coinvolge ma ancora una volta non si ritrova sola.
All’estremo opposto dell’asse delle colpe troviamo quella di “essere poveri” per le vittime e poi quella di “essere stati troppo tolleranti” attribuita ad ignoti. Ma tra queste vittime e questi responsabili, passa la nostra opinione pubblica, con la sua meschinità che si porta dietro come peccato originale e la cattiveria insita nel sistema italiano che è responsabile, attore e spettatore cosciente, di queste esplosioni sociali.
Passano i nostri modi di comunicare ed il giornalismo banalizzante e irrimediabilmente sottomesso al richiamo della bella notizia, dell’interattività o della felicità quotidiana e permanente, lasciandosi volontariamente sfuggire i capannoni che pullulano in ogni regione che abbia una rilevante economia agricola in questo Paese.
Passa il nostro sistema sociale, che ha creato economicamente e soprattutto culturalmente la figura dell’ “imprenditore” che oggi conosciamo, privo della più umana e basilare istruzione così come di scrupoli.
Passano quelle persone che oggi pretendono non si debba giustificare la rabbia di migliaia di persone trattate peggio dei più ripugnanti animali.
Passano quei cittadini che urlano il loro razzismo becero senza sapere neanche da dove questo provenga, e che a voler essere davvero razzisti non sarebbero ammessi neanche nei bagni delle stazioni.
Passano quei cittadini che oggi si sono sentiti scoperti e umiliati dalla furia folle e così paurosamente umana di persone che avevano alla meglio ignorato quando non insultato, così, per gioco, un pomeriggio, davanti al bar.
Passano gli sguardi d’indifferenza di cui la politica di questi anni ha fornito un’encomiabile educazione ai suo cittadini. Presto tutto dovrà essere di nuovo come prima, per il futuro.
Se un giorno si tornasse davvero a parlare seriamente di giustizia, le ragioni di lampioni divelti, parabrezza sfondati e vasi rotti, contrapposte a quelle di 20.000 braccianti stagionali (dati CGIL) ridotti da anni in schiavitù in un Paese che continua a ripetersi le canzoncine rassicuranti dei mitomani democratici, difficilmente l’avrebbero vinta.
Così come non credo che verrebbe tollerata una comunità in cui si spara agli immigrati per gioco, ci si scaglia a centinaia contro gente che lavora diciotto ore al giorno e soprattutto si reclama ancora una volta, fino alla nausea, una giustizia e un ordine che siano la scusante, la risposta di perdono alle richieste pietose di una “classe televisiva” che non si accontenta di condoni, scudi fiscali e distruzione sistematica di tutto ciò che non rientra nelle possibilità di profitti non dichiarati, ma chiede anche di essere assolta dalle proprie porcherie per avere la coscienza di nuovo libera e poter ricominciare ad uccidere.
Giovanni Modaffari
Tag: africani, incidenti, migranti, ndrangheta, rivolta, Rosarno, schiavitù, sfruttamento
Articoli correlati
- Fuori dal palazzo, ma non troppo (2)
- La settimana della ReggioSfera (1)
- Toghe Rosso Sangue di Paride Leporace, un contributo alla memoria (4)
- Slovak, fotoreportage del reggino Michele Brancati (0)
- Sit in spontaneo dei cittadini dopo l’attentato della ndrangheta agli uffici della Procura di Reggio Calabria (2)

Twitter
Digg
Del.icio.us
Reddit
TechNotizie
Tuttoblog
Fai
SegnaloItalia
Facebook
Wikio
Diggita
Notizieflash
OKnotizie
Segnalo