“Dici: ‘è faticoso lavorare con i bambini’, hai ragione, aggiungi: ‘perché bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, scendere, farsi piccoli’. Sbagli, non è questo l’aspetto più faticoso. È piuttosto di essere costretti ad elevarsi fino all’altezza dei loro sentimenti… di stiracchiarsi, allungarsi, sollevarsi sulle punte dei piedi, per non ferirli”
J. Korczak
Il Celio Azzurro non è una scuola materna, o almeno non soltanto, è quasi una casa, una casa che contiene il mondo intero e tutte le sue speranze. Nato nel 1990 come luogo d’accoglienza per bambini immigrati ed italiani, diventa ben presto un punto di riferimento, in cui i Paesi d’origine delle famiglie diventano luoghi dell’anima, della memoria da condividere: uno dei punti cardine della didattica si basa sulla partecipazione dei genitori, una volta alla settimana, alle attività della scuola. La bellezza della formazione, quale futuro dell’umanità, passa attraverso lo scambio dei ricordi: madri e padri ripercorrono la loro infanzia, in un montaggio di regressione attraverso le foto, per cercare l’ispirazione per la loro missione di educatori, senza dimenticare che un ruolo fondamentale lo gioca il sesto senso: la fantasia. Ma anche la fantasia a volte non basta, il continuo gioco di flashback con cui il regista ci mostra gli adulti tornare indietro con la memoria, è fondamentale per rendere, in un gioco di riflesso bambino/ adulto, protagonisti i bambini: ai bambini piace l’idea che siete stati piccoli (…), è sulla garanzia che voi siete stati piccoli per loro, è sulla fiducia. È ripercorrendo la propria infanzia che si può comprendere quella dei propri figli. Dunque, il Celio Azzurro è una scuola di vita, in cui soprattutto le famiglie sono chiamate a giocare il loro ruolo fondamentale di agenzia educativa, la novità è tutta qui: non delegare la formazione/ educazione dei propri figli ad altri, ma crescere insieme.
Winspeare ci racconta con un tocco leggero, ma incisivo per la memoria dello spettatore che resta vinto dalla curiosità, il trascorrere di quattro stagioni, questo universo formato da 45 bambini di 32 nazionalità diverse che costruiscono quotidianamente un nuovo mondo possibile, un’Italia che non ti aspetti. In una società sempre più chiusa, anche il giardino della scuola può diventare un laboratorio, uno spazio da condividere, in cui imparare a costruire il proprio mondo, a dimostrazione che per insegnare/ imparare veramente è necessario ‘sporcarsi le mani’. Winspeare ci regala con questo suo documentario uno spaccato dell’Italia che ancora crede, spera e si adopera perché si comprenda che lo sviluppo di una società passa attraverso l’integrazione, riabilitando anche l’istituzione scolastica, soprattutto pubblica, troppo spesso accusata di non riuscire ad assolvere al proprio dovere.
Celio Azzurro arranca, potendo contare unicamente sul sovvenzionamento statale, sempre più scarso nel corso dei venti anni di esistenza del Centro, e vive del continuo contrasto tra la passione di chi ci lavora e la difficoltà di mandarlo avanti, tanto da non essere chiaro quanto ancora possa sopravvivere…
Letizia Cuzzola
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