Realisti VS Idealisti.
Di solito, nei dibattiti dall’oggetto controverso – dagli ogm alla fecondazione assistita, dal nucleare alla clonazione – si assiste nella cosiddetta opinione pubblica alla divisione del pensiero in due grandi scuole – da un lato gli Idealisti dall’altro i Realisti. I primi sarebbero giovani sentimentali in preda a emozioni umanitaristico-pacifiste, magari comunisti, no-global, apocalittici e leopardianamente pessimisti, che difettano secondo i loro detrattori di un’approfondita informazione su temi delicati rispetto ai quali con ostinazione urlano no. I secondi con un velo di arroganza deridono i primi, perché loro sì-che-sono-bene-informati, e hanno un bagaglio esperienziale non indifferente, che sanno come stanno le cose, le prassi economiche internazionali e le forze in gioco, e così pragmaticamente, sensatamente, realisticamente – con un sarcasmo venato da un certo senso di superiorità – annunciano sì. Al nucleare, per esempio.
I mezzi di distrazione di massa e gli esponenti della scuola realistica, devono oggi, ahiloro, fare i conti con un’ondata emotiva che predispone negativamente rispetto al nucleare – ora che ci si mette pure la cronaca (maledetta cronaca) con gli ultimi episodi disastrosi che hanno coinvolto grandi potenze mondiali – il petrolio a fiotti nelle acque della Louisiana e il sisma giapponese – alimentando nel pubblico l’improduttivo immaginario del disastro. “Oddio, come riuscire, di fronte a questo grumo di paure della morte, dell’apocalisse, del disastro umano-ambientale, a rispostare l’asse dell’attenzione del popolo verso temi meno compromettenti? Poi, non esiste forse, da qualche parte fuori dall’universo, una finestra, un cassonetto, che so una grande busta di plastica in cui gettare le scorie, vero cavallo di battaglia degli Idealisti, con buona pace di tutti? Accidenti all’universo!”. Non sottovalutiamo l’importanza strategica dei reality show, dei quiz televisivi che promettono soldi e felicità al ceto medio, dell’intrattenimento che sovrasta quantitativamente l’informazione, l’informazione stessa che troppo rapidamente sposta l’occhio di bue mediatico. Non sarebbe difficile, volendo, ammorbidire l’impatto mediatico del disastro di Fukushima a colpi di prime serate spensierate nella tv di stato…C’è qualcosa di molto poco innocente nel gioco mediatico, un gioco che è a tutti gli effetti politico, il cui nesso col dibattito sul nucleare, e su tutte le cose importanti rispetto alle quali la democrazia è chiamata a decidere, va presumibilmente oltre le aspettative.
Quando i Realisti accusano gli Idealisti, secondo il caricaturale ma emblematico schema proposto, in genere lo fanno insistendo in particolare sulla pura emotività che a loro avviso motiverebbe il cocciuto rifiuto dei giovanotti-cheguevariani, così delegittimandolo perché per l’uomo occidentale la ragione è altro dall’emozione, e solo la ragione – intesa nel senso di pura integrazione nella realtà economica – legittima la degna partecipazione al discorso razionale. Ammesso dunque e non concesso che le ragioni del no siano dettate dalla sola emozione, l’etologia ci insegna come la paura sia elemento decisivo per la sopravvivenza: senza i suoi allarmi, i viventi non elaborerebbero strategie di fuga o alternative per aggirare il pericolo. Ma la paura emotiva, da questo punto di vista, è ben più razionale della presunta razionalità dei “realisti”, che con fredda superstizione (è un ossimoro, lo so) scongiurano le tragedie semplicemente assumendo che “naaa, qui non succede”, sorvolando in modo schizofrenico sulla costitutiva mancanza di sicurezza del nucleare. La paura, amica ancestrale dell’autoconservazione, sarà primitiva, ma non bisogna negarle il potenziale conoscitivo che reca con sé: se ho paura vado cauto, immagino le conseguenze e le prevengo, ergo: cerco altro e di meglio; la paura è potenzialmente lungimirante. Senza, vige il calcolo indisturbato e il calcolo tratta i rischi con la miopia delle percentuali, sempre adombrabili di fronte ai grandi vantaggi della competitività economica. Il calcolo è privo di immaginazione, e l’immaginazione è il presupposto per ogni cambiamento.
Competitività e rischi, economia e vita.
E mentre la denuncia militante di tali problemi è pressoché totalmente affidata a un volenteroso quanto ammirevole associazionismo, il governo arranca cercando di conciliare l’inconciliabile: la competitività e i rischi. Tale è la priorità affidata alla competitività che, come diffonde il Comitato contro il nucleare, la quantità di energia generata dalle centrali previste è di gran lunga eccedente rispetto a quella realmente necessaria a soddisfare la popolazione; in uno scenario in cui la solita hybris (tracotanza) occidentale è il criterio guida privilegiato dell’azione economica e politica: è la legge del troppo, del di più, del mai abbastanza. Moralismo? Peccato che esista questa parola. Di solito è utilizzata dai realisti per indebolire la forza argomentativa degli avversari “ideologici”, tacciata di essere retorica e qualunquista – quando nei discorsi dei realisti stessi emerge una retorica della modernità che trasforma in valori morali (religiosi?) parole economiche come produttivo, competitivo, efficiente. E’ il lessico del mercato che totalitaristicamente e a ogni costo si pretende di trasferire a tutti gli ambiti della vita.
L’imbarazzo nell’assistere all’esistenza stessa di un dibattito nel quale, comunque, nessuno sarà in grado di garantire sulla totale sicurezza delle centrali e tanto meno dello “smaltimento” (sic) delle scorie, raggiunge le soglie della desolazione e dell’impotenza civile. La competizione sfrenata del mercato globalizzato richiede le centrali nucleari, l’approccio intrinsecamente fagocitante del sistema vuole che si superino i limiti quantitativi di altre fonti energetiche, ma, come sempre più spesso avviene, le ragioni dell’economia solo forzatamente possono affiancare le ragioni della vita nella stessa bilancia – e sarebbe quantomeno schizofrenico dividere in compartimenti stagni la vita e l’economia, come fossero due mondi autonomi e forse neanche paralleli – dal momento che la vita è il presupposto, la giustificazione e il fine dell’economia. Non viceversa. Constatiamo ogni giorno quanto sia facile dimenticarsene.
Denise Celentano
Consigli di lettura, reperibili su internet:
- Rapporto Ecomafia 2010 di Legambiente
- Mappa delle aree nucleari del Cnen (1979)

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