REGIA: Xavier Beauvois
SCENEGGIATURA: Etienne Comar, Xavier Beauvois
ATTORI: Lambert Wilson, Michael Lonsdale, Olivier Rabourdin, Sabrina Ouazani, Philippe Laudenbach, Jacques Herlin, Xavier Maly, Jean-Marie Frin, Abdelhafid Metalsi, Olivier Perrier, Adel Bencherif
FOTOGRAFIA: Caroline Champetier
DISTRIBUZIONE: Lucky Red
PAESE: Francia 2010
GENERE: Drammatico
DURATA: 120 Min
FORMATO: Colore
Uomini di Dio di Xavier Beauvois, nato dalla volontà del produttore cattolico Etienne Comar, è un perfetto esempio di come si possa ancora fare grande cinema affidandosi, come facevano Robert Bresson e Carl Dreyer, ai silenzi, agli sguardi, alla spiritualità e a temi che affrontano le grandi domande dell’uomo costretto a guardare in faccia la Storia.
Algeria, Tibhirine, sulle montagne dell’Atlante, nel marzo del 1996 otto monaci trappisti si ritrovano a dover fare i conti con l’amara verità che il mondo sta impazzendo, ormai uccidono anche gli imam: la pacifica convivenza con la popolazione locale musulmana è messa a soqquadro dall’avanzare delle forze della Jamaa al-Islamiyya; la vicenda è ancora oggi al centro di una complessa indagine giudiziaria riaperta dopo il reportage del giornalista americano John Kiser. La verità su quei giorni, narrata da Beauvois con uno sguardo mai corrotto dalla tentazione di mistificare gli eventi, è ancora da stabilire; il regista non si addentra nella controversia, evitando di fare del film un thriller politico su un intrigo internazionale; e non fa dei protagonisti dei martiri da strumentalizzare, anche se si diventa martiri per amore e per fedeltà.
Beauvois ci mostra una parte di Storia su cui troppo velocemente è stato steso un velo di silenzio, suggerisce, parafrasando Pascal, che non si fa mai il male così pienamente e allegramente come quando lo si fa per motivi religiosi. Da qui viene la confusione e la violenza. La narrazione segue con uno sguardo discreto la quotidiana vita monastica dei protagonisti, corpi immersi nella natura tra lavoro, preghiere, canti, pasti e impegno per il prossimo, secondo una ritualità capace di unire il cielo e la terra. Perfettamente integrati nel tessuto sociale musulmano, i monaci guidati dal priore Christian de Chergé sono vivono in concreta fratellanza con la popolazione islamica di cui si prendono letteralmente cura: ogni «Amen» è sempre seguito da «insha’llah», testimoniando con la propria vita un amore per l’umanità che va oltre le barriere culturali e religiose, rimettendosi nelle mani della volontà di un Dio unico.
Una vocazione ben resa dal titolo originale del film, Des hommes et des dieux e, come troppo spesso accade, in parte tradita da quello italiano. Il 30 ottobre 1994 il Gia (Gruppo Islamico Armato) ordinò a tutti gli stranieri di abbandonare l’Algeria, ma i monaci decisero di restare al fianco di chi aveva bisogno di loro, convinti di non poter tradire la loro fede e la fiducia in una comunità basata sulla tolleranza: partire è morire. Non temo la morte, sono un uomo libero, dice Lambert Wilson nei panni di padre Christian. La forza, il rigore e il coraggio del film stanno proprio in questo, nella decisione di riflettere sulla difficoltà di una scelta non priva di dubbi, angosce e tensioni, di offrire a un pubblico abituato a velocità ed effetti speciali, adrenalina e 3D un mondo fatto di lentezza, contemplazione e popolato di persone capaci di un amore e una compassione straordinari, pronti all’estremo sacrificio pur di dedicare la propria vita agli altri, riconoscendo un monismo religioso che va oltre la presunzione di voler a tutti i costi parlare di religioni piuttosto che di differenti religiosità.
Uomini di Dio lascia aperti alcuni interrogativi non solo spirituali, ma culturali: ci costringe con estrema delicatezza a riflettere sul fatto che le differenze esistano tanto quanto siamo noi a dar loro vita.
Letizia Cuzzola
Condividi questo articolo:


Twitter
Digg
Del.icio.us
Reddit
TechNotizie
Tuttoblog
Fai
SegnaloItalia
Facebook
Wikio
Diggita
Notizieflash
OKnotizie
Segnalo